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Morte di ChatGPT: con OpenClaw l'IA smette di parlare e inizia a comandare

 
Morte di ChatGPT: con OpenClaw l'IA smette di parlare e inizia a comandare
Luca Lippi

Fino a oggi – chi è particolarmente appassionato – ha interagito con l’intelligenza artificiale principalmente attraverso i "chatbot", ovvero sistemi come il celebre ChatGPT con cui è possibile scambiare messaggi. Tuttavia, il mondo della tecnologia sta vivendo un cambiamento epocale che segna il passaggio dall'era delle parole a quella delle azioni.

La notizia che ha scosso il settore è l’ingresso in OpenAI di Peter Steinberger, un rinomato sviluppatore che porta con sé una delle innovazioni più discusse degli ultimi mesi: un progetto chiamato OpenClaw. Questa mossa suggerisce che il futuro non sarà più fatto di assistenti che si limitano a rispondere, ma di veri e propri agenti capaci di operare autonomamente per conto dello “smanettone” di turno.

COSA SONO GLI AGENTI E PERCHÉ CAMBIANO TUTTO
Per capire l’importanza di questa acquisizione, dobbiamo distinguere tra un assistente digitale comune e quello che gli esperti definiscono "agente". Se chiediamo a un normale chatbot di organizzarci un viaggio, questo ci fornirà una lista di voli e hotel suggeriti. Un agente, invece, fa un passo avanti: è in grado di navigare sul web, cliccare sui pulsanti, inserire dati e completare effettivamente l'acquisto o la prenotazione.
OpenClaw è nato proprio con questa ambizione: non essere solo una finestra di testo, ma uno strumento capace di "muovere le mani" virtuali. Può scrivere codice informatico, testarlo in ambienti protetti chiamati "sandbox" (che potremmo immaginare come dei recinti sicuri dove l’intelligenza artificiale può fare esperimenti senza danneggiare il resto del computer) e interagire con applicazioni popolari come Telegram o WhatsApp. In sostanza, l'intelligenza artificiale smette di essere un consulente esterno per diventare un compagno di squadra che esegue compiti pratici mentre noi ci occupiamo di altro.

LA CONTESA TRA I GIGANTI DELLA TECNOLOGIA
L’arrivo di Steinberger alla corte di Sam Altman, il numero uno di OpenAI, non è avvenuto nel vuoto. Altre grandi aziende come Meta, la società che possiede Facebook e Instagram, stanno investendo massicciamente in tecnologie simili. Meta ha recentemente acquisito sistemi capaci di registrare e analizzare il contesto della vita quotidiana degli utenti per renderli "materia prima" per l'intelligenza artificiale.
In questo scenario, la storia di OpenClaw è stata segnata da una curiosa vicenda legale. Il progetto inizialmente utilizzava i modelli di Anthropic, una delle principali rivali di OpenAI. Tuttavia, anziché accogliere con favore l'entusiasmo della comunità di sviluppatori che stava facendo crescere lo strumento, Anthropic ha risposto con diffide legali, costringendo Steinberger a cambiare nome al progetto più volte per evitare ritorsioni. Questo atteggiamento di chiusura ha creato un’opportunità d’oro per OpenAI, che non si è lasciata sfuggire l'occasione di accogliere il talento e la tecnologia che la concorrenza aveva allontanato.

I RISCHI E LE SFIDE DI UN SISTEMA CHE AGISCE DA SOLO
Nonostante l'entusiasmo, questa nuova frontiera non è priva di incognite. Dare a un software la capacità di agire in modo indipendente su internet comporta rischi significativi per la sicurezza. Se non configurati correttamente, questi strumenti possono essere vulnerabili ad attacchi informatici, poiché per funzionare hanno spesso bisogno di permessi di accesso molto profondi al sistema, i cosiddetti "accessi di radice", che danno il controllo totale sulla macchina.
C'è poi un dibattito aperto sulla natura "aperta" di queste tecnologie. OpenAI è nata con l'obiettivo di rendere l'intelligenza artificiale accessibile a tutti, ma negli anni è stata criticata per essere diventata sempre più chiusa e focalizzata sul profitto. Steinberger ha dichiarato che OpenClaw rimarrà un progetto libero e indipendente, ma molti osservatori temono che, sotto l'ala di un colosso così influente, la libertà originale possa gradualmente svanire.

VERSO UN 2026 DOMINATO DALL'OPERATIVITÀ
Se dal 2023 e il 2025 sono stati gli anni in cui abbiamo imparato a parlare con le macchine, il 2026 si prospetta come l'anno in cui le macchine inizieranno a lavorare concretamente per noi. Il passaggio è sottile ma profondo: non interrogheremo più un database per avere informazioni, ma delegheremo processi complessi a entità digitali capaci di risolverli in autonomia, ventiquattr'ore su ventiquattro.
Resta da vedere se questa tecnologia diventerà uno strumento quotidiano indispensabile o se rimarrà una curiosità per esperti, come accaduto ad alcuni esperimenti del passato che promettevano simili rivoluzioni senza mai realizzarle appieno. Ciò che è certo è che la "stretta di mano" tra OpenAI e Peter Steinberger mette fine alla fase embrionale dei chatbot e ci proietta in un territorio inesplorato, dove il confine tra ciò che facciamo noi e ciò che fa il nostro computer si fa sempre più sottile.