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Cervelli in volo: come il birdwatching rafforza mente e memoria

 
Cervelli in volo: come il birdwatching rafforza mente e memoria
Pierfrancesco Quinto

Osservare e riconoscere gli uccelli nel loro habitat naturale forse non è solo un semplice passatempo: potrebbe addirittura potenziare il cervello. Ecco quanto emerge da una ricerca canadese pubblicata su Jneurosci: l’esperienza maturata nel birdwatching potebbe essere associata a differenze strutturali e funzionali nel cervello, con benefici sulle capacità cognitive anche in età avanzata.

Cervelli in volo: come il birdwatching rafforza mente e memoria

Lo studio ha coinvolto 58 adulti, divisi in due gruppi: 29 birdwatcher esperti e 29 principianti. Gli esperti, di età compresa tra 24 e 75 anni, provenivano da associazioni come il Toronto Ornithological Club e gli Ontario Field Ornithologists. I principianti, tra 22 e 79 anni, erano reclutati dagli stessi ambienti o da circoli dedicati ad attività all’aperto come escursionismo e giardinaggio. Il livello di competenza non è stato misurato dagli anni di pratica, ma tramite test specifici di valutazione delle abilità.

Durante un esercizio di abbinamento e identificazione delle specie, gli esperti si sono dimostrati più precisi dei principianti, sia nei confronti degli uccelli locali – come facilmente si poteva prevedere – sia dell’avifauna alloctona. Il dato più interessante è emerso però dalle scansioni cerebrali. Le risonanze magnetiche per diffusione hanno mostrato che i birdwatcher esperti possiedono più tessuto nelle aree legate all’attenzione, alla memoria di lavoro, alla percezione spaziale e al riconoscimento degli oggetti. Una maggiore densità può indicare una comunicazione più efficiente tra neuroni.

Le risonanze magnetiche funzionali hanno inoltre rivelato che, durante il compito di identificazione, gli esperti attivavano proprio le aree cerebrali più sviluppate, soprattutto quando dovevano riconoscere specie nuove. In pratica, le competenze acquisite nel tempo vengono “messe in campo” per affrontare sfide cognitive e percettive.

Questo fenomeno si inserisce nel quadro della neuroplasticità, ovvero la capacità del cervello di riorganizzarsi in risposta all’apprendimento. Ricerche precedenti avevano già documentato cambiamenti simili in atleti e musicisti; il birdwatching rappresenta però un’attività unica, che combina ricerca visiva, attenzione selettiva, sensibilità al movimento, riconoscimento di pattern e costruzione di reti concettuali tra specie simili.

Un dato significativo riguarda l’età: le differenze strutturali tra esperti e principianti sono emerse indipendentemente dagli anni dei partecipanti. Sebbene lo studio non dimostri che il birdwatching prevenga il declino cognitivo, i risultati suggeriscono che possa sostenere la salute cerebrale nella popolazione anziana.

Gli autori e gli studiosi esterni invitano però alla cautela. La ricerca, di tipo trasversale, non consente di stabilire un rapporto causale: non è chiaro se sia l’attività a modellare il cervello o se persone con particolari caratteristiche neurologiche siano più inclini a diventare birdwatcher esperti. Inoltre, chi pratica regolarmente attività all’aperto tende spesso ad avere uno stile di vita attivo e socialmente coinvolto, fattori già associati a benefici cognitivi.

Il messaggio di fondo resta però chiaro: le attività a cui dedichiamo tempo ed energie possono lasciare un’impronta misurabile nel cervello. Hobby complessi come il birdwatching ci mostrano che dedicarsi a ciò che amiamo non è solo piacevole: può diventare un vero alleato della nostra mente.