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Dalla Carta del Carnaro al suffragio universale: diritti, Costituzione e Dottrina sociale della Chiesa

 
Dalla Carta del Carnaro al suffragio universale: diritti, Costituzione e Dottrina sociale della Chiesa
Michela Cinquilli

I diritti non sono mai un dato acquisito una volta per tutte, ma un processo storico che richiede consapevolezza, responsabilità e partecipazione. È in questa prospettiva che si collocano le riflessioni sulla Carta del Carnaro, illustrate dal professor Ciofi, e l’analisi sul suffragio universale e sui diritti delle donne dal 1946 a oggi, illustrato dalla dott.ssa Jacqueline Monica Magi in una conferenza tenutasi a Pieve a Nievole in provincia di Pistoia,  lette alla luce dei principi della Dottrina sociale della Chiesa, che pone al centro la dignità della persona e il bene comune, dal titolo, “Stasera di parla di..Costituzione”.

Nel suo intervento, il professor Ciofi ha ricordato come la Carta del Carnaro del 1920, composta da 47 articoli, rappresenti un esperimento costituzionale di grande modernità. Il testo attribuiva al potere legislativo, esercitato dalla Camera dei rappresentanti, competenze fondamentali in materia di diritto, sicurezza, difesa nazionale e istruzione.

Proprio l’attenzione all’istruzione assume un valore centrale se letta in chiave di Dottrina sociale della Chiesa, che già con l’enciclica Rerum Novarum e poi con la Quadragesimo Anno riconosce l’educazione come strumento essenziale per la promozione della persona e della società. In un Paese in cui l’analfabetismo superava l’85%, la Carta del Carnaro coglieva la necessità di rendere i cittadini consapevoli e partecipi.

Il forte ruolo attribuito ai Comuni anticipava inoltre il principio di sussidiarietà, cardine della Dottrina sociale: lo Stato deve sostenere, e non sostituire, le comunità locali, riconoscendole come primo luogo di partecipazione democratica. In questo senso si inserisce anche il richiamo, proposto dal professor Ciofi, al pensiero di Zygmunt Bauman, secondo cui occorre “pensare globalmente e agire localmente”, un approccio che ben si accorda con la visione sociale cristiana.

La Dott.ssa Jacqueline Monica Magi ha ripercorso il cammino delle donne verso la piena cittadinanza, a partire dal 1946, anno in cui il suffragio universale riconobbe finalmente alle donne il diritto di voto. Il 2 giugno di quell’anno non rappresentò solo un passaggio politico, ma il riconoscimento della piena dignità civile e morale della donna, principio centrale anche nella Dottrina sociale della Chiesa, che afferma l’uguale valore di ogni persona umana, uomo o donna. L’ingresso delle donne nella vita pubblica fu preceduto dalla loro partecipazione alla Resistenza e dal ruolo decisivo svolto nella ricostruzione economica e sociale del Paese. Nell’Assemblea Costituente, pur essendo solo 21 su 556 membri, le donne diedero un contributo fondamentale alla stesura della Costituzione, in particolare all’articolo 3, che sancisce l’uguaglianza senza distinzione di sesso. Questa uguaglianza, tuttavia, come ricorda la Dottrina sociale, non può fermarsi al piano formale, ma deve tradursi in giustizia sociale e in pari opportunità concrete.

Il percorso di attuazione degli articoli 37 e 51 della Costituzione mostra ancora oggi forti criticità. La persistenza del divario salariale, la difficoltà di conciliare lavoro e maternità e la scarsa rappresentanza femminile nei luoghi decisionali evidenziano una distanza tra i principi costituzionali e la realtà. La Dottrina sociale della Chiesa richiama con forza il valore del lavoro come dimensione fondamentale della persona e il dovere della società di tutelare la maternità, riconoscendone il valore sociale e non considerandola un costo. In questa prospettiva, le discriminazioni che colpiscono le donne nel mercato del lavoro non rappresentano solo una violazione giuridica, ma una ferita al bene comune. Anche il dibattito sulle quote di genere può essere letto alla luce del principio di solidarietà: strumenti temporanei pensati non come privilegi, ma come mezzi per correggere squilibri strutturali e rendere effettiva la partecipazione di tutti.

Le riforme del diritto di famiglia del 1975 hanno segnato una svolta fondamentale nel superamento di una concezione patriarcale della famiglia, restituendo pari dignità ai coniugi e tutelando i diritti dei figli. Si tratta di un passaggio che dialoga con la visione personalista della Dottrina sociale, per la quale la famiglia è una comunità di persone fondata sul rispetto reciproco e sulla responsabilità. I ritardi nell’accesso delle donne alla magistratura, alla polizia e alle Forze Armate dimostrano quanto sia stato difficile tradurre in pratica l’uguaglianza proclamata dalla Costituzione. Eppure, come ricorda il magistero sociale della Chiesa, la democrazia vive solo se ogni persona può contribuire, secondo le proprie capacità, alla vita della comunità.

Dalla Carta del Carnaro al suffragio universale, dalla Costituzione repubblicana alle battaglie per la parità di genere, emerge un filo rosso che unisce diritto, etica e responsabilità sociale. La Dottrina sociale della Chiesa offre una chiave di lettura capace di tenere insieme dignità della persona, bene comune, solidarietà e sussidiarietà. I diritti non sono mai solo norme scritte: sono scelte quotidiane, che richiedono partecipazione, coscienza critica e impegno civile. È in questa prospettiva che la storia diventa non solo memoria del passato, ma guida per il presente e il futuro.