• ALT

Quando i diritti diventano “attacchi”, perché questa narrazione mette in pericolo la democrazia

 
Quando i diritti diventano “attacchi”, perché questa narrazione mette in pericolo la democrazia
di Katrin Bove

Nel 2026, in Italia, c’è ancora chi ritiene legittimo mettere in discussione le conquiste fondamentali della cittadinanza femminile. Non in un seminario accademico o in una provocazione teorica, ma nel dibattito politico pubblico, con parole nette, rilanciate sui social e riprese dai media. È un segnale che non può essere liquidato come folklore o opinione personale, è un campanello d’allarme democratico.

È il caso delle affermazioni pronunciate da Constantino Righi Riva, consigliere comunale a Formigine (Modena), intervenuto in un contesto pubblico legato al dibattito sulla demografia e sui cosiddetti “valori familiari”, e successivamente rilanciate sui canali social e mediatici.

Secondo Righi Riva, il diritto di voto alle donne, riconosciuto in Italia solo nel 1946, sarebbe stato a lungo ostacolato per il “fondato timore” che potesse rappresentare un primo attacco all’unità familiare. Nella stessa cornice interpretativa rientrerebbero poi il divorzio, l’aborto e la riforma del diritto di famiglia, descritti come ulteriori e conseguenti “attacchi alla famiglia”, le cui conseguenze sarebbero oggi sotto gli occhi di tutti. Non si tratta di una semplice opinione, ma di una narrazione storica e politica profondamente distorta, che merita di essere smontata con chiarezza, dati e memoria istituzionale.

Il voto alle donne: una conquista tardiva, non una minaccia

 Il diritto di voto alle donne in Italia viene riconosciuto nel 1945 con il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 e viene esercitato per la prima volta nel 1946, in occasione del referendum istituzionale e dell’elezione dell’Assemblea Costituente. Non fu una concessione prudente né un compromesso per tutelare la famiglia, ma il riconoscimento tardivo di un’evidenza democratica: le donne erano cittadine a pieno titolo.

Le resistenze al suffragio femminile, ampiamente documentate dalla storiografia ufficiale e dagli archivi istituzionali, non nascevano da un amore per l’unità familiare, ma da una visione patriarcale e gerarchica della società, in cui la donna era confinata al ruolo di moglie e madre, priva di autonomia politica e giuridica. Il timore non era la disgregazione della famiglia, ma la perdita di controllo su metà della popolazione. Non a caso, le 21 donne elette all’Assemblea Costituente furono decisive nella stesura degli articoli più avanzati della Carta repubblicana, a partire dal principio di uguaglianza.

La Costituzione e la fine della subordinazione

L’articolo 3 della Costituzione italiana sancisce l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge senza distinzione di sesso. L’articolo 29, dedicato alla famiglia, riconosce sì la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, ma introduce un principio rivoluzionario per l’epoca: l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi.

 È su questa base costituzionale che si innestano le grandi riforme civili del secondo Novecento, oggi impropriamente descritte come “attacchi”.

La legge sul divorzio del 1970, confermata dal referendum del 1974, non ha smantellato la famiglia, ha introdotto uno strumento di tutela per persone intrappolate in matrimoni falliti, violenti o irreversibili.

La riforma del diritto di famiglia del 1975 ha abolito la potestà maritale, ponendo fine a un sistema giuridico che attribuiva al marito un potere legale sulla moglie e sui figli.

La legge 194 del 1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza, come riconosciuto dalla Corte costituzionale, nasce per contrastare un’emergenza sanitaria e sociale fatta di aborti clandestini e morti evitabili, non come strumento ideologico.

Definire tutto questo una sequenza di “attacchi alla famiglia” significa negare la storia giuridica della Repubblica e confondere deliberatamente i valori con il controllo.

Valori o gerarchie?

Nel discorso di Righi Riva, come in molte narrazioni analoghe che stanno riemergendo nel dibattito pubblico, il concetto di “valori” viene sovrapposto a quello di gerarchia. Ma i valori democratici non coincidono con l’asimmetria di potere, né con la subordinazione di genere. Nel 2026 è legittimo interrogarsi sulla crisi educativa, sulle fragilità sociali, sullo smarrimento culturale. Ma una linea non può essere superata, i diritti non sono reversibili. Non sono concessioni storiche da rimettere in discussione a seconda del clima politico.E soprattutto, i diritti non sono di genere! O sono universali, o non sono diritti.

Quando un rappresentante delle istituzioni descrive le battaglie per le pari opportunità come una deviazione o una minaccia, non sta difendendo la famiglia, ma sta legittimando una visione regressiva della cittadinanza, in cui l’uguaglianza diventa sospetta e l’emancipazione un errore storico. È questo che rende tali affermazioni spaventose oggi, perché dimostrano che nessuna conquista è definitiva se non viene difesa politicamente e pubblicamente. La democrazia non arretra quando riconosce diritti, ma quando li mette in discussione. 

E di fronte a questo arretramento, nel 2026, tacere non è più un’opzione.