La nostra società - in ogni angolo del mondo - è ormai abituata a convivere con il lutto e la perdita, cercando di porre rimedio al dolore trincerandosi dietro luoghi comuni o semplici speranze che il tempo lenisca le ferite dello spirito.
Convivere con il dolore: è veramente possibile o è un luogo comune?
Quello che il tempo guarisca tutto è forse il luogo comune più scontato e ignora la realtà. Il tempo non è un medico e il dolore non è una malattia che deve essere curata o che deve scomparire. Le famiglie che sono state colpite da un lutto sono concordi nel dire che il dolore va via con gli anni, semmai cambia forma. La sfida più grande, quindi, è quella di imparare a convivere con la perdita, avere la consapevolezza che la sua percezione cambia con l'età e le circostanze, ma l'aspettativa che il tempo "guarisca" completamente la ferita è un'illusione che può creare frustrazione.
Se il modello di Kübler-Ross (negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione) rappresentava le fasi del lutto come una scala che deve essere salita passo dopo passo, oggi abbiamo compreso che questa sfida è dinamica - mutando nel tempo -, ma soprattutto personale, perché ciascuno reagisce alla perdita sulla base della propria sensibilità, del patrimonio di esperienza, ma anche della propria personalità. Quindi, nessun percorso prestabilito, ma un approccio personale, che magari può spingere a non rispettare il modello di elaborazione del dolore, toccando prima una condizione e solo dopo un'altra. Allora, si può accettare la perdita prima, ed essere travolti dal dolore molto dopo.
Un'altra banalità, cui spesso si attinge per ricalcare modelli di approccio ''codificati'' dalle storie di ciascuno, è che se non si esprime esteriormente la propria condizione rispetto alla perdita piangendo, significa che la condizione non è davvero apportatrice di sofferenza, non considerando la possibilità che una persona sembra avere esteriormente accettato il dolore, mentre è devastata al suo interno.
Allo stesso modo, dire a chi ha avuto un lutto di essere forte per i figli e per la famiglia reprime la naturale elaborazione della perdita subita, non pensando che così non si considera che ognuno vive la perdita a modo suo e con il il tempo di cui ha bisogno. Poi quando i genitori mostrano dolore davanti ai figli, danno loro una lezione importante, insegnando che è lecito soffrire e che questa è una parte naturale della vita.
Ci sono poi i ''tempi'' di una perdita che non vengono analizzati per quella che è la loro essenza. La perdita dovuta a malattia o vecchiaia consente un processo di separazione, ma questo non la rende necessariamente "più facile". Abbiamo la tendenza umana a cercare di classificare il dolore, ma quando si tratta di lutto la gerarchia non è rilevante. La perdita improvvisa porta con sé shock, trauma e una rottura immediata, mentre la perdita dovuta a una malattia prolungata può portare con sé esaurimento, immagini difficili e la sofferenza continua dell'assistenza. Il fatto che ci sia stato il tempo di dire addio non rende la perdita "più facile", ma semplicemente diversa.
Nel lutto, quindi, non esiste un "bianco o nero" e non ci sono regole. Non esiste un unico modo giusto per elaborarlo, né una tempistica da rispettare ed è questo che una società attenta a chi la compone dovrebbe porre attenzione.