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Embolia polmonare, il grande sommerso: 68mila casi l’anno, ma solo 38mila ricoveri

 
Embolia polmonare, il grande sommerso: 68mila casi l’anno, ma solo 38mila ricoveri
Redazione
In Italia si stimano circa 68mila casi di embolia polmonare ogni anno, ma le ospedalizzazioni si fermano a quota 38mila. Un divario che fotografa un problema strutturale: un ampio sommerso diagnostico, fatto di casi non intercettati o non correttamente codificati dal sistema sanitario. Una criticità che ha ricadute dirette su mortalità, appropriatezza delle cure e sostenibilità del Servizio sanitario nazionale.

Embolia polmonare, il grande sommerso: 68mila casi l’anno, ma solo 38mila ricoveri

È quanto emerso nel corso dell’evento “Dalla diagnosi alle politiche sanitarie: un impegno comune contro l’embolia polmonare”, svoltosi presso la Senato della Repubblica, nella Sala Nassirya, su iniziativa della Senatrice della Lega Elena Murelli, Segretario di Presidenza del Senato.

L’incontro ha acceso i riflettori su una patologia grave, tempo-dipendente e ancora sottodiagnosticata, caratterizzata da percorsi di diagnosi e trattamento non uniformi sul territorio nazionale. Un tema che, secondo i partecipanti, deve diventare priorità dell’agenda politico-istituzionale, con l’inserimento strutturale dell’embolia polmonare nel Piano Nazionale Cardiovascolare.

Una patologia che non concede tempo

L’embolia polmonare è una condizione dinamica, capace di peggiorare nel giro di poche ore. Le linee guida della European Society of Cardiology sono chiare: ogni ora guadagnata dal triage al trattamento riduce la mortalità del 5%. Eppure, in Italia, l’organizzazione dell’assistenza continua a essere frammentata.

Emblematico il cosiddetto paradosso italiano: 14mila pazienti all’anno sarebbero potenzialmente candidabili a trattamenti percutanei mini-invasivi, ma nel 2024 sono state eseguite solo 500 procedure interventistiche.

Il Ministero della Salute: “Serve un raccordo stabile tra istituzioni, clinici e pazienti”

A sottolineare la necessità di un cambio di passo è stato Francesco Saverio Mennini, Capo Dipartimento della programmazione, dei dispositivi medici, del farmaco e delle politiche in favore del SSN del Ministero della Salute: “È necessaria una maggiore integrazione tra società scientifiche, pazienti e istituzioni per garantire diagnosi precoci e percorsi di cura efficienti, con l’obiettivo di ridurre la mortalità, stabilizzare i pazienti e garantire un utilizzo appropriato delle risorse”.

Mennini ha inoltre annunciato la disponibilità immediata del Ministero ad avviare un tavolo di confronto strutturato, puntando a ridurre l’eterogeneità territoriale attraverso approcci multidisciplinari e formazione mirata.

Murelli: “Con il 15% di mortalità è la terza causa di morte dopo infarto e ictus”

Per la Senatrice Elena Murelli, Presidente dell’Intergruppo parlamentare per le malattie cardio-cerebro-vascolari, l’embolia polmonare non può più restare ai margini delle politiche sanitarie: “Con un tasso di mortalità del 15%, l’embolia polmonare è la terza patologia dopo infarto e ictus a causare il maggior numero di decessi. Prima si diagnostica, prima si può intervenire”.

Tre le direttrici indicate: tracciabilità, sostenibilità ed equità di accesso. Centrale il ruolo del registro nazionale e del Fascicolo sanitario elettronico, così come la creazione di reti tempo-dipendenti con percorsi chiari e omogenei, senza differenze tra Regioni o tra Pronto Soccorso.

Radiologia e interventistica: il ruolo chiave delle procedure mini-invasive

Il Professor Gianpaolo Carrafiello, Presidente eletto della sezione di Radiologia vascolare e interventistica della SIRM, ha evidenziato il ruolo centrale della radiologia: “La tomografia computerizzata è fondamentale per la diagnosi e la stratificazione del rischio. Il radiologo interventista è direttamente responsabile delle procedure endovascolari mini-invasive, soprattutto nei pazienti ad alto e intermedio-alto rischio”.

Un percorso che deve essere inserito in un modello multidisciplinare strutturato, facendo riferimento al Pulmonary Embolism Response Team (PERT), con il supporto futuro dell’intelligenza artificiale per ridurre i tempi decisionali e migliorare la comunicazione tra specialisti.

Emergenza-urgenza, cardiologia e medicina interna: la rete che manca

Secondo Alessandro Riccardi, Presidente SIMEU, il medico dell’emergenza deve essere il case manager del paziente, dal territorio all’ospedale, in una logica hub & spoke.

Per Francesco Vigorito dell’ANMCO, la tromboembolia polmonare può superare il 30% di mortalità nelle forme ad alto rischio, rendendo essenziale il sospetto clinico precoce.

Chiara Fraccaro della GISE ha invece denunciato la mancanza di una codifica dedicata, che impedisce tracciabilità e governance, mentre Nicola Merlin, Presidente FEDER-AIPA, ha ribadito il diritto dei pazienti a percorsi uniformi e PDTA chiari su tutto il territorio nazionale.

Infine, Cecilia Becattini, Presidente eletto SIMI, ha ricordato come l’embolia polmonare sia non solo un killer silenzioso, ma anche una malattia cronica e recidivante, che richiede una presa in carico strutturata tra acuto e territorio.

Verso l’inserimento nel Piano Cardiovascolare

L’esito dell’incontro è una richiesta chiara alle istituzioni: superare frammentazioni e ritardi, inserendo l’embolia polmonare nel Piano Nazionale Cardiovascolare e costruendo una rete integrata che metta al centro diagnosi precoce, appropriatezza terapeutica ed equità di accesso alle cure.

Un passaggio necessario per trasformare una patologia ancora troppo invisibile in una priorità riconosciuta del sistema sanitario.