Per secoli abbiamo raccontato una storia semplice e rassicurante: le donne sarebbero “naturalmente” più empatiche, mentre gli uomini sarebbero più razionali, competitivi e orientati al potere. Senza andare troppo indietro nel tempo e ricordare come in Egitto le donne regnanti facessero uso di una barba posticcia come simbolo di regalità, nel pieno dell’epoca moderna la filosofa Mary Astell ironizzava sull’idea che, quando una donna compiva grandi azioni, dovesse essere in realtà “un uomo in sottogonna”.
L’empatia: una soluzione per tutte e tutti
Anche Elisabetta I d’Inghilterra sentì il bisogno di dichiarare di avere “il cuore e lo stomaco di un re”, come se governare fosse incompatibile con l’essere donna. Oggi gli stereotipi sono meno espliciti, ma continuano a influenzare il nostro modo di pensare: associamo l’empatia alla femminilità e l’assertività alla mascolinità; una donna decisa viene giudicata aggressiva, un uomo sensibile rischia di essere considerato debole.
Per anni una parte della ricerca scientifica ha cercato spiegazioni biologiche a queste differenze. Lo psicologo Simon Baron-Cohen ha proposto ad esempio che il cervello femminile sia mediamente più orientato all’empatia, mentre il maschile sarebbe più incline alla comprensione dei sistemi e delle regole. Alcuni studi hanno poi collegato l’esposizione prenatale al testosterone a punteggi leggermente inferiori nei test di empatia cognitiva. Tuttavia, anche quando emergono differenze statistiche, esse risultano modeste: la variabilità all’interno di ciascun sesso è enorme e spesso supera quella tra le medie maschili e femminili: il cervello umano è profondamente plastico e modellato dall’ambiente fin dall’infanzia, rendendo riduttiva qualsiasi spiegazione puramente biologica.
Un ampio studio genetico coordinato da Varun Warrier ha mostrato che solo una piccola parte della variabilità dell’empatia è attribuibile ai geni, e che tali geni non sono legati al sesso biologico. Questo dato rafforza l’idea che i fattori culturali e sociali abbiano un peso determinante. Fin da piccoli, infatti, bambine e bambini potrebbero essere incoraggiati a sviluppare qualità differenti: alle prime si chiede di essere gentili, collaborative, attente agli altri; ai secondi si richiede autonomia, controllo emotivo e competitività. Con il tempo, queste aspettative si trasformano in abitudini interiorizzate.
Le ricerche della psicologa Sara Hodges mostrano che le differenze di genere nell’accuratezza empatica possono ridursi o scomparire quando cambia la motivazione. Se uomini e donne ricevono un incentivo per interpretare correttamente le emozioni altrui, entrambi migliorano, e il divario nei punteggi auto-riferiti tende ad annullarsi. Questo indica che l’empatia non è solo una capacità innata, ma anche una risposta alle aspettative sociali e ai contesti in cui ci troviamo.
Anche il potere sembra influire: chi si percepisce in una posizione sociale più bassa sviluppa spesso una maggiore sensibilità ai segnali emotivi, forse per necessità. In società dove gli uomini hanno storicamente detenuto più potere, potrebbero aver avuto meno pressioni a esercitare tale sensibilità. Le conseguenze di questo mito sono concrete: nel lavoro le qualità di leadership restano associate a tratti considerati maschili, penalizzando le donne; allo stesso tempo molti uomini possono sentirsi esclusi dai ruoli di cura e meno legittimati a esprimere vulnerabilità.
In conclusione, l’empatia appare come una capacità umana condivisa, plasmata dall’esperienza, dalla motivazione e dalle norme culturali. Non è un destino scritto negli ormoni, ma un processo dinamico che può essere coltivato. Superare il mito dell’empatia “naturalmente” femminile significa liberare sia le donne sia gli uomini da aspettative limitanti e riconoscere che la sensibilità non è una debolezza, bensì una risorsa comune.