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Morto un Festival di Sanremo se ne farà un altro

 
Morto un Festival di Sanremo se ne farà un altro
Redazione

FOTO: Ferdinando Traversa - CC BY-SA 4.0

L'ultimo Festival targato Carlo Conti è finito, con un vincitore che è stato meno scontato di quel che si possa pensare perché, tra chi ne capisce di dinamiche del settore (case discografiche, agenti e altre categorie protette), il nome di Sal da Vinci era tra quelli più accreditati per il successo.

Morto un Festival di Sanremo se ne farà un altro

Se si fosse rispettata la scaletta tradizionale, oggi si parlerebbe di canzoni e cantanti, di classifiche e contatti, insomma di quelle cose che, alla fine, alimentano il complesso comparto della musica.
Ma questo volta Sanremo è occasione per parlare anche di altro, e cioè di una formula che non riesce a nascondere le rughe, quell'essere sempre eguale a sé stesso che, se è garanzia di successo, è anche la prova provata che il Festival vive di rendita, avendo perso di vista l'obiettivo di istituto, che dovrebbe essere quello di parlare i musica italiana.

Oddio, che la vittoria sia andata ad un cantante che non fa nulla per scrollarsi di dosso l'etichetta di neomelodico 3.0 non è che sposti molto dal ragionamento, perché il giudizio sul Festival non si può fermare alle prime tre canzoni, ma al complesso dell'offerta che, diciamocelo, è stata scarsina, quasi insufficiente, a tratti capace di fare porre all'ascoltatore medio inquietanti domande. Tipo: ma questo/questa chi è? Ma questa è una canzone?

Certo, questi giudizi variano a seconda delle fasce d'età, in un'Italia spaccata per segmenti: i giovanissimi, i tradizionalisti, gli orfani di testi degni di tale nome, gli onnivori, ovvero quelli che ingurgitano di tutto, per il solo motivo che Sanremo è Sanremo.

E il Festival è stato celebrato come un successo per la Rai che, per bocca di Carlo Conti, ha sciorinato share di altissimo livello. Un dato oggettivo - i numeri servono per questo -, che però non ha tenuto conto del fatto che ormai la platea di chi segue la manifestazione si è ristretta e vantare l'audience in termini assoluti non considera l'evidenza che nei giorni della rassegna musicale non esiste, da parte delle reti alternative a Raiuno, una controprogrammazione.

Nel senso che nei giorni del Festival è un sabba di repliche, di documentari sulla frequenza degli accoppiamenti degli ornitorinchi, film a dir poco datati, di tutorial su come pulire lo spinterogeno...
Una non belligeranza che determina quindi le condizioni migliori per un successo scontato.

Ma ora, messa in soffitta l'edizione 2026 (che però prosegue perché le trasmissioni Rai su di essa hanno monopolizzato il palinsesto di ieri e forse anche dei prossimi giorni) , bisogna pensare al futuro, che ha già un nome, Stefano De Martino, sul quale è caduta la scelta come direttore di tutto di Sanremo 2027.

Una scelta che era nell'aria, per motivi che per qualcuno hanno anche a che spartire con cose non propriamente musicali, ma che mette il conduttore in una posizione certo invidiata (Sanremo non è certo una tappa di una carriera, ma il traguardo) ma che lo costringerà a dimostrare di meritare l'investitura. E questo passa per dare una sua impronta alla manifestazione, alla cui guida arriva, oggettivamente, con un background che non mostra esperienze di tale livello da garantirgli il successo.

Ma a De Martino vengono riconosciuti molti meriti ed alcune doti, tra i quali non manca la caparbietà e la voglia di ''studiare''. Basterà solo aspettare chi sceglierà come esempio da seguire. Il passato gliene propone tanti, ma per essere ricordato dovrà ambire a diventare uno di loro.