Per anni, la ricetta per un investimento di successo è stata semplicissima: puntare tutto sulle grandi aziende tecnologiche americane. L’indice S&P 500, che raggruppa le cinquecento società più grandi degli Stati Uniti, è stato il re incontrastato dei listini mondiali. Tuttavia, negli ultimi mesi, il vento è cambiato. Mentre il gigante americano sembra rallentare, un gruppo di nazioni spesso trascurate, i cosiddetti "mercati emergenti", sta registrando crescite sorprendenti. Paesi come la Corea del Sud, il Brasile o il Messico stanno attirando capitali che prima erano parcheggiati a Wall Street, spingendo molti risparmiatori a chiedersi se sia arrivato il momento di cambiare strategia.
OLTRE L’ETICHETTA: COSA SONO DAVVERO I MERCATI EMERGENTI
Quando si parla di "paesi emergenti", l’errore più comune è pensare a nazioni povere o arretrate. In realtà, nel mondo della finanza, questo termine è una sorta di etichetta convenzionale usata da società specializzate, chiamate "fornitori di indici", che creano dei panieri di titoli per aiutare gli investitori a orientarsi. Due delle più famose sono MSCI e FTSE. Queste società decidono chi fa parte della lista e chi no, ma non sempre vanno d’accordo. Ad esempio, per alcuni la Corea del Sud è ancora un mercato "emergente", mentre per altri è già un mercato "sviluppato" a tutti gli effetti.
Oggi investire in questi mercati non significa scommettere su economie fragili, ma entrare in contatto con colossi tecnologici mondiali e grandi produttori di materie prime. All'interno di questo grande calderone troviamo realtà profondamente diverse tra loro: si va dalla potenza industriale della Cina all'avanguardia tecnologica di Taiwan, fino alla forza demografica dell’India. È un mosaico complesso che pesa circa il dieci per cento dell'intero mercato azionario globale, una fetta più piccola rispetto a quella statunitense, ma estremamente vitale.
LA CONVENIENZA DI COMPRARE A SCONTO
Uno dei motivi principali per cui gli investitori si stanno spostando verso queste aree è il prezzo. In finanza si usa spesso un termometro chiamato "Rapporto Prezzo-Utili" per capire se un’azione costa troppo. Immaginiamo di voler comprare un negozio: questo rapporto ci dice quanti anni di incassi servirebbero per ripagare il prezzo d'acquisto. Attualmente, per comprare le aziende americane dell’S&P 500 bisogna pagare un prezzo molto alto rispetto ai loro guadagni reali. Al contrario, le aziende dei mercati emergenti sono "a sconto".
Per fare un esempio pratico, è come se sul mercato ci fossero due appartamenti identici in due quartieri diversi: uno costa molto perché è di moda, l'altro costa quasi la metà perché è stato meno considerato negli ultimi anni. Molti investitori oggi ritengono che il quartiere meno alla moda abbia un potenziale di crescita maggiore proprio perché il prezzo di partenza è molto più basso. Questo fenomeno ha generato un massiccio spostamento di denaro, con una sorta di "fuga silenziosa" dai settori tecnologici americani, ormai considerati troppo cari, verso queste nuove opportunità.
IL RISCHIO DELLA CONCENTRAZIONE E IL PESO DEI GIGANTI
Non bisogna però pensare che i mercati emergenti siano privi di insidie. Molti investitori scappano dagli Stati Uniti perché temono che l’intero mercato dipenda troppo da poche aziende famosissime, come i giganti dei social media o dei software. Tuttavia, la situazione nei mercati emergenti è simile: una manciata di grandi aziende, tra cui colossi della produzione di microchip a Taiwan o giganti dell'elettronica in Corea, pesa moltissimo sull'andamento generale.
Se queste poche aziende entrano in crisi, l'intero paniere ne risente. Inoltre, investire in queste aree significa anche fare i conti con la politica locale e con le oscillazioni delle valute. Un fattore determinante è l'andamento del dollaro americano: storicamente, quando il dollaro si indebolisce, i mercati emergenti tendono a correre più veloci. Questo accade perché per queste nazioni diventa più facile ripagare i debiti e attrarre nuovi capitali esteri.
STRATEGIA E PRUDENZA: COME MUOVERSI IN UN MERCATO CHE CAMBIA
Davanti a questi dati, la tentazione di vendere tutto ciò che è americano per comprare Brasile o Cina potrebbe essere forte, ma la finanza insegna che non esiste una sfera di cristallo. La storia mostra che ci sono stati decenni in cui l'America ha dominato e periodi, come tra il 2000 e il 2010, in cui chi avesse investito solo negli Stati Uniti non avrebbe guadagnato quasi nulla, mentre i mercati emergenti volavano.
La soluzione più saggia per un risparmiatore non è tentare la scommessa del secolo, ma puntare sulla diversificazione. Esistono due modi principali per gestire il proprio portafoglio in questa fase. Il primo è quello dei "pesi fissi": si decide a priori quale percentuale di risparmi destinare a ogni area geografica e si riporta tutto in equilibrio periodicamente. Il secondo è un approccio più dinamico, che cerca di seguire le mode del momento cavalcando i trend di crescita. Quest'ultima strada richiede però molta competenza e un monitoraggio costante, perché i mercati possono cambiare direzione improvvisamente, trasformando un’opportunità in un rischio se non si sa esattamente cosa si sta acquistando.