La mobilità sanitaria interregionale continua a rappresentare uno dei principali indicatori delle disuguaglianze del sistema sanitario italiano. Nel 2023 il valore economico dei flussi tra Regioni ha raggiunto 5,15 miliardi di euro, il livello più alto mai registrato. Il dato emerge dal nuovo report della Fondazione GIMBE, che riaccende il dibattito sulle differenze territoriali nell’accesso alle cure tra Nord e Sud del Paese.
Il documento è stato presentato nel corso di un evento nazionale organizzato per celebrare i trent’anni di attività della Fondazione GIMBE, realtà indipendente impegnata nel monitoraggio del Servizio sanitario nazionale (SSN) e nella diffusione della cultura delle evidenze scientifiche nelle politiche sanitarie.
Secondo il presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta, il trentennale non è solo un momento celebrativo, ma l’occasione per rilanciare l’impegno nella difesa della sanità pubblica e nel monitoraggio indipendente delle politiche sanitarie. L’obiettivo dichiarato è utilizzare dati e analisi per comprendere lo stato reale del SSN e contribuire a orientare le decisioni politiche.
Un fenomeno strutturale che vale oltre 5 miliardi
Nel 2023 la mobilità sanitaria ha raggiunto 5,15 miliardi di euro, con un incremento del 2,3% rispetto ai 5,04 miliardi registrati nel 2022. Si tratta di una tendenza ormai consolidata nel sistema sanitario italiano.
Il fenomeno riguarda lo spostamento dei cittadini da una Regione all’altra per ricevere prestazioni sanitarie, con il conseguente trasferimento di risorse economiche tra i sistemi sanitari regionali.
In linea generale, le Regioni del Sud registrano saldi negativi, mentre quelle del Nord attraggono pazienti e risorse. Questo meccanismo produce un effetto economico significativo: i fondi destinati alla sanità di alcune Regioni vengono di fatto trasferiti ad altre attraverso le cure erogate ai pazienti fuori dal territorio di residenza.
Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto poli di attrazione sanitaria
I dati del report confermano una geografia ormai consolidata della mobilità sanitaria italiana. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto restano le principali destinazioni dei pazienti provenienti da altre Regioni.
In queste tre realtà si concentra oltre il 95% del saldo positivo della mobilità sanitaria, ovvero la differenza tra le risorse incassate per le cure ai cittadini di altre Regioni e quelle spese per i propri residenti che si curano altrove.
La Lombardia registra il saldo positivo più elevato, con oltre 645 milioni di euro, seguita dall’Emilia-Romagna con circa 565 milioni e dal Veneto con oltre 212 milioni.
Questi numeri riflettono la capacità attrattiva di sistemi sanitari considerati più efficienti e dotati di strutture altamente specializzate.
Le difficoltà del Mezzogiorno
Sul versante opposto si collocano soprattutto le Regioni del Sud, dove il fenomeno della mobilità sanitaria assume dimensioni molto più critiche.
Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Sardegna assorbono complessivamente oltre il 78% del saldo negativo della mobilità sanitaria. In altre parole, una quota significativa delle risorse destinate alla sanità di questi territori viene trasferita verso altre Regioni attraverso le prestazioni erogate fuori dal territorio.
Questo flusso di risorse rappresenta uno degli elementi che contribuiscono ad ampliare il divario tra i sistemi sanitari regionali.
Secondo gli analisti, la migrazione sanitaria non è solo una questione economica ma anche sociale: implica costi aggiuntivi per le famiglie, che spesso devono affrontare spese di viaggio, soggiorno e assistenza durante i periodi di cura.
Il ruolo crescente della sanità privata accreditata
Un altro elemento rilevante riguarda il peso delle strutture private accreditate nel sistema della mobilità sanitaria.
Secondo i dati analizzati, oltre la metà delle risorse generate dalla mobilità sanitaria – circa 1,966 miliardi di euro – viene incassata dal settore privato convenzionato, mentre le strutture pubbliche ricevono circa 1,643 miliardi.
La distribuzione di queste risorse varia notevolmente tra le Regioni e dipende dalla presenza di centri privati altamente specializzati, spesso in grado di attrarre pazienti da tutta Italia.
Questo fenomeno alimenta il dibattito sul ruolo crescente della sanità privata all’interno del Servizio sanitario nazionale.
Ricoveri ospedalieri al centro dei flussi
La mobilità sanitaria riguarda principalmente le prestazioni ospedaliere. Secondo i dati dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), oltre l’80% dei ricoveri effettuati fuori Regione deriva da una scelta volontaria del paziente.
Solo una quota limitata dei trasferimenti è legata a situazioni di emergenza o a questioni amministrative, come il domicilio diverso dalla residenza.
Questo dato evidenzia come molti cittadini decidano consapevolmente di spostarsi per ottenere cure ritenute di maggiore qualità o tempi di attesa più brevi.
Il richiamo alla Costituzione
La mobilità sanitaria solleva una questione fondamentale: il diritto alla salute dovrebbe essere garantito in modo uniforme su tutto il territorio nazionale.
Secondo Cartabellotta, quando centinaia di migliaia di persone sono costrette a spostarsi per ottenere cure adeguate significa che il sistema non riesce a garantire pari condizioni di accesso ai servizi sanitari.
Negli ultimi giorni anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha richiamato l’attenzione sulle disomogeneità territoriali nella tutela della salute, ricordando che si tratta di un diritto costituzionale che deve essere assicurato a tutti i cittadini, indipendentemente dalla Regione di residenza.
Il futuro del Servizio sanitario nazionale
Il trentennale della Fondazione GIMBE segna l’avvio di un nuovo percorso di iniziative dedicate al rafforzamento della ricerca indipendente, alla divulgazione scientifica e al coinvolgimento della società civile.
L’obiettivo è trasformare il monitoraggio dei dati sanitari in uno strumento di consapevolezza pubblica e di confronto istituzionale.
Per molti esperti, la sfida dei prossimi anni sarà quella di ridurre il divario territoriale tra i sistemi sanitari regionali, investendo in infrastrutture, personale sanitario e innovazione nelle aree più fragili del Paese.
Perché, come ricordano i dati del report, la mobilità sanitaria non è soltanto un indicatore economico, ma il segnale di una frattura che rischia di mettere in discussione uno dei pilastri fondamentali della coesione sociale italiana: il Servizio sanitario nazionale.