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Il pacemaker del cervello contro il Parkinson: la svolta che “ascolta” i neuroni

 
Il pacemaker del cervello contro il Parkinson: la svolta che “ascolta” i neuroni
Redazione

Immaginate un piccolo dispositivo impiantato nel cervello che funziona come un pacemaker, capace di rilevare l’attività neuronale in tempo reale e modulare impulsi elettrici solo quando necessario. Per Keith Krehbiel, professore di scienze politiche a Stanford e malato di Parkinson da oltre venticinque anni, questa tecnologia non è più un’idea lontana, ma una realtà che ha trasformato la sua vita quotidiana.

Il pacemaker del cervello contro il Parkinson: la svolta che “ascolta” i neuroni

Krehbiel è stato il primo paziente a partecipare a uno studio clinico internazionale sull’adaptive deep brain stimulation (aDBS), un dispositivo approvato dalla FDA nel febbraio 2025 e prodotto da Medtronic. “Quando mi è stato impiantato, il tremore alla mano è scomparso quasi immediatamente”, racconta. Una sensazione di sollievo che, dopo decenni di sintomi progressivi e di effetti collaterali dei farmaci, ha cambiato radicalmente la sua esperienza di vita.

Il Parkinson, una malattia neurodegenerativa che colpisce oltre 10 milioni di persone nel mondo, provoca tremori, rigidità muscolare, rallentamento dei movimenti e problemi di equilibrio. Per Krehbiel, i primi sintomi sono stati piccoli tremori al mignolo e difficoltà nel movimento del braccio sinistro, diagnosticati precocemente nel 1997 all’età di 42 anni. Nonostante le cadute e gli incidenti - tra cui costole rotte e svenimenti - il professore ha continuato a condurre una vita attiva fino all’arrivo dell’aDBS.

La tecnologia aDBS rappresenta un’evoluzione rispetto alla stimolazione cerebrale profonda tradizionale, che invia impulsi elettrici costanti, senza adattarsi ai segnali cerebrali. “Questi dispositivi tradizionali erano strumenti abbastanza grezzi”, spiega la neurologista Helen Bronte-Stewart, leader dello studio clinico. “L’adaptive DBS invece ascolta il cervello e regola la stimolazione in tempo reale”. Il risultato è una terapia più precisa e personalizzata, che può migliorare significativamente la qualità della vita dei pazienti.

Krehbiel testimonia i benefici concreti: riduzione drastica del tremore, minor uso di farmaci che provocano sonnolenza e una chiarezza mentale ritrovata. “Mi sento meglio cognitivamente, il cervello meno annebbiato, è una sensazione psicologicamente straordinaria”, racconta. Sebbene il dispositivo non sia una cura definitiva, Bronte-Stewart lo definisce una “terapia stabile e duratura” che può rallentare la progressione della malattia.

Come i primi pacemaker per il cuore, anche il pacemaker cerebrale segna l’inizio di una nuova era per la neurologia: una combinazione di scienza, tecnologia e collaborazione tra pubblico e privato, che offre speranza concreta ai milioni di persone colpite dal Parkinson. Per Krehbiel, oggi, vivere con la malattia è “ancora difficile, ma decisamente migliore di prima” e gli permette di godersi la famiglia e i piccoli piaceri della vita, come la nascita dei suoi tre nipoti.