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Stretto di Hormuz, 33 chilometri che possono bloccare l’economia mondiale

 
Stretto di Hormuz, 33 chilometri che possono bloccare l’economia mondiale
Redazione

Lo Stretto di Hormuz è una striscia di mare larga appena 33 chilometri tra Oman e Iran. Eppure da qui passa circa il 20% del petrolio consumato ogni giorno nel mondo. Quando la tensione tra Israele e Iran è salita dopo gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro obiettivi iraniani, è bastata la sola ipotesi di una chiusura dello stretto per far impennare i prezzi del greggio.

Stretto di Hormuz, 33 chilometri che possono bloccare l’economia mondiale

Un episodio recente ha riacceso l’allarme: una petroliera battente bandiera di Palau è stata colpita vicino al porto di Khasab, in Oman. Nello stesso momento, diverse compagnie di navigazione hanno sospeso i transiti nell’area. Secondo la US Energy Information Administration, ogni giorno transitano nello stretto circa 20 milioni di barili di petrolio, oltre a un quinto del commercio mondiale di gas naturale liquefatto, soprattutto dal Qatar.

Il problema è semplice: non esistono vere alternative
. Lo stretto è l’unica rotta in acque profonde adatta alle petroliere più grandi del mondo. L’84% del greggio del Golfo è diretto in Asia, in particolare verso Cina, India, Giappone e Corea del Sud. Se il passaggio si blocca, questi Paesi sono i primi a subirne le conseguenze.

L’Arabia Saudita, il maggiore esportatore mondiale di petrolio, nel 2024 ha fatto transitare 5,5 milioni di barili al giorno attraverso Hormuz, pari al 38% dei flussi totali. Esistono oleodotti alternativi, come l’East-West Pipeline saudita o la Fujairah Pipeline negli Emirati Arabi Uniti, ma sono già quasi al massimo della capacità. In caso di chiusura, Arabia Saudita ed Emirati potrebbero deviare solo 2,6 milioni di barili al giorno: una frazione dei 20 milioni che normalmente attraversano lo stretto.

Le conseguenze sarebbero globali. Prezzi dell’energia più alti significherebbero inflazione, aumento dei costi di trasporto e difficoltà per le banche centrali, chiamate a decidere se alzare o abbassare i tassi di interesse. Le assicurazioni marittime salirebbero di prezzo. Le catene di approvvigionamento, già fragili, subirebbero nuovi ritardi.

Anche il traffico commerciale non legato al petrolio rischia di fermarsi. Le tensioni nel Mar Rosso e vicino allo stretto di Bab el-Mandeb, dove in passato i ribelli Houthi hanno attaccato oltre 170 navi, spingono molte compagnie a evitare le rotte più brevi e a circumnavigare l’Africa. Questo allunga i tempi di consegna e fa crescere i costi.

Gli Stati Uniti dipendono meno dal petrolio del Golfo rispetto all’Asia, ma non sarebbero immuni: il prezzo del petrolio è globale. Un forte aumento avrebbe effetti su carburanti, trasporti e consumi anche in America.

L’Iran ha minacciato più volte di chiudere lo Stretto di Hormuz, ma non lo ha mai fatto. Una chiusura danneggerebbe anche la sua economia, che usa la stessa via per esportare il proprio petrolio. Tuttavia, in una fase di forte pressione militare ed economica, il rischio di mosse drastiche aumenta.

Per questo le grandi potenze hanno un interesse diretto a mantenere aperto questo passaggio. Non è solo una questione regionale. È un equilibrio delicato da cui dipendono prezzi, stabilità finanziaria e crescita economica globale. In poche parole, Hormuz è uno dei punti più sensibili del pianeta: se si chiude, il mondo intero ne paga il prezzo.