• ALT

Cile sotto pressione, la sfida dei cavi sottomarini accende lo scontro tra USA e Cina

 
Cile sotto pressione, la sfida dei cavi sottomarini accende lo scontro tra USA e Cina
Redazione

Per decenni il Cile ha danzato con abilità sul filo della rivalità tra Stati Uniti e Cina. Oggi, però, l’equilibrio sembra spezzarsi. A pochi giorni da un vertice dei leader latinoamericani a Miami, l’amministrazione di Donald Trump ha imposto restrizioni sui visti a tre funzionari cileni coinvolti in un progetto di cavo digitale sottomarino proposto da aziende cinesi, evocando rischi per la sicurezza nazionale. Un segnale chiaro: l’America Latina deve scegliere da che parte stare.

Cile sotto pressione, la sfida dei cavi sottomarini accende lo scontro tra USA e Cina

Il Cile è da tempo un caso di studio. Pechino è il suo primo partner commerciale; Washington resta il principale investitore straniero. Ma il nuovo attivismo statunitense punta a ridisegnare la mappa delle alleanze nell’emisfero occidentale, rilanciando una versione aggiornata della Dottrina Monroe. L’ambasciatore USA a Santiago ha parlato di possibili minacce informatiche e ha invitato il governo a vagliare con più attenzione gli investimenti esteri, lasciando intendere che benefici come il Visa Waiver potrebbero essere a rischio.

La mossa ha acceso il dibattito interno. Secondo analisti della sicurezza, l’85% del traffico globale di dati passa attraverso cavi sottomarini: il progetto verso Hong Kong non è solo un’infrastruttura tecnologica, ma un asset strategico. Il Cile ha già un accordo con Google per un collegamento verso l’Australia, ma la proposta cinese amplia la posta in gioco geopolitica.

Non è un caso isolato. In Panama, dopo l’annullamento di un contratto portuale con CK Hutchison, Pechino ha reagito irrigidendo i controlli doganali su banana e caffè. In Perù, l’inaugurazione di un grande porto finanziato dalla Cina ha spinto Washington a ventilare un piano alternativo per una base navale. In Argentina, il presidente Javier Milei ha congelato progetti sensibili con Pechino. E in Paraguay, il presidente Santiago Peña ha espresso sostegno alla linea trumpiana.

A Santiago, il presidente uscente Gabriel Boric ha denunciato le restrizioni come un affronto alla sovranità nazionale. Tra due settimane gli succederà José Antonio Kast, leader conservatore vicino all’orbita trumpiana e atteso al summit “Shield of the Americas” in Florida. Molti prevedono un riallineamento con Washington, ma fino a un certo punto.

Il nodo è economico prima ancora che politico. Il Cile è il primo produttore mondiale di rame e la Cina ne assorbe la quota maggiore. Pechino compra anche la quasi totalità delle ciliegie e di altra frutta esportata dal Paese, oltre a detenere posizioni rilevanti nella rete elettrica nazionale. Rinunciare a questo legame avrebbe un costo elevato.

Gli Stati Uniti, osservano alcuni analisti, offrono soprattutto il “bastone” delle pressioni diplomatiche, ma poche “carote” in termini di incentivi concreti. In un contesto di crescente competizione tra Stati Uniti e Cina, il Cile si ritrova così al centro di una partita globale che passa per cavi sottomarini, porti e miniere.

La stagione dell’equilibrismo potrebbe essere finita. Per Santiago si apre una fase di scelte strategiche difficili, in cui sovranità, sicurezza e prosperità economica non sempre marciano nella stessa direzione.