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Corea del Sud, l’incubo Hormuz: perché il conflitto in Medio Oriente minaccia l’energia di Seul

 
Corea del Sud, l’incubo Hormuz: perché il conflitto in Medio Oriente minaccia l’energia di Seul
Redazione

Il nuovo conflitto in Medio Oriente, scatenato dall’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e dalla successiva risposta di Teheran, riporta al centro dell’attenzione la sicurezza energetica della Corea del Sud. Il punto critico è lo Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso cui passa circa il 27% del petrolio mondiale trasportato via mare: un’eventuale chiusura o blocco metterebbe sotto pressione i mercati globali e le economie fortemente dipendenti dalle importazioni, come quella coreana.

Corea del Sud, l’incubo Hormuz: perché il conflitto in Medio Oriente minaccia l’energia di Seul

Seul ha assicurato che, al momento, non ci sono interruzioni nelle forniture e che le riserve sono adeguate. Tuttavia, il governo sta valutando di aumentare gli acquisti di greggio da aree diverse dal Medio Oriente, nel caso la situazione peggiori.

La Corea del Sud importa quasi totalmente i combustibili fossili di cui ha bisogno. Circa il 70% del petrolio arriva dal Medio Oriente: l’Arabia Saudita è il primo fornitore (33,6%), seguita da Emirati Arabi Uniti, Iraq e Kuwait. Anche per il gas naturale liquefatto la dipendenza è significativa, con forniture importanti da Oman e Qatar.

Secondo Kang Sung-jin, economista della Korea University, una crisi prolungata non colpirebbe solo le importazioni di greggio, ma anche trasporti, esportazioni e investimenti. I contratti a termine fanno sì che l’aumento dei prezzi internazionali si trasferisca sui costi interni con alcuni mesi di ritardo, ma i mercati finanziari reagiscono subito: incertezza e tensioni possono pesare rapidamente su Borsa e tasso di cambio.

Il Ministero del Commercio ha precisato che il Paese dispone di riserve strategiche equivalenti a 208 giorni di consumo di petrolio e 52 giorni di GNL, superiori agli obblighi minimi. Questo consente di affrontare eventuali shock di breve periodo. Tuttavia, se le tensioni dovessero protrarsi, l’impatto potrebbe ricordare le crisi petrolifere degli anni Settanta, quando l’aumento del costo dell’energia si tradusse in rincari diffusi su beni e servizi.

Nel breve termine si parla di diversificare le fonti, ma le alternative sono limitate: il greggio del Venezuela non è facilmente utilizzabile dalle raffinerie coreane, mentre gli Stati Uniti possono offrire solo un supporto parziale.

Per molti analisti, la vera risposta è strutturale: ridurre nel tempo la dipendenza dai combustibili fossili e accelerare la transizione verso energie rinnovabili. La crisi attuale, più che un’emergenza temporanea, evidenzia la vulnerabilità di un’economia fortemente legata alle rotte energetiche del Medio Oriente.