I peggiori presagi che, nelle scorse settimane, i Paesi del Golfo amici degli Stati Uniti avevano formulato vedendo le difficoltà nei colloqui tra Washington e Teheran, si sono puntualmente avverati e, mentre il fragore dei bombardamenti non si era attenuato, Bahrein, Emirati Arabi, Giordania, Kuwait, Iraq e Qatar sono diventati bersaglio di droni iraniani. Non direttamente, ma per ospitare basi militari a stesse e strisce.
Che l'Amministrazione americana possa avere avvertito dell'imminente attacco gli alleati nel Golfo non ha certo abbassato la possibilità che i droni iraniani facessero il loro lavoro. Che poi la maggior parte dei velivoli senza piloti, con cariche esplosive a renderli letali, siano stati intercettati prima di raggiungere i loro obiettivi è nella logica delle cose, perché da anni i Paesi dell'area avevano considerato questa eventualità come una quasi certezza, conoscendo il modus operandi dell'Iran e quindi cercando di farsi trovare preparati.
Che questa possibilità - attacchi da parte dell'Iran - fosse qualcosa più che una ipotesi scolastica lo conferma il fatto - rivelato dalla portavoce della Casa Bianc,a Karoline Leavitt, in un post su X - che Trump ha parlato con i leader dell'Arabia Saudita, del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti, nonché con il segretario generale della NATO Mark Rutte.
La situazione, dopo la prima conta dei danni inferti al regime iraniano, è in fase di continua evoluzione, perché dopo avere assistito agli attacchi di Israele e Usa, ora i Paesi del Golfo devono mettere in conto di essere, loro stessi, un obiettivo, oggi e magari anche domani.
Quello che appare abbastanza evidente è che Trump, decidendo di attaccare, non abbia voluto dare ascolto alle pressanti richieste degli alleati regionali di non farlo, nella consapevolezza che la situazione, dopo l'iniziale euforia per i risultati dei bombardamenti, è destinata a diventare una fonte di costante pericolo.
Ma l'Amministrazione ha respinto ogni richiesta e a nulla è valsa la rete di contatti diplomatici che hanno visto in prima fila Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Oman a perorare la causa della cautela.
Ma attacco era stato deciso ed attacco è stato, e ora il Consiglio di Cooperazione del Golfo, composto da sei membri – Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – sta coordinando le modalità di risposta. La prima, verbale e scontata, è stata di condanna per gli attacchi da parte dell'Iran, concordata essenzialmente da Arabia Saudita ed Emirati Arabi, considerati gli alleati più affidabili e forse per questo, si sperava, anche ascoltati.
Lo sconcerto dei Paesi del Golfo si è colto pienamente nelle parole del Esteri dell'Oman, Badr Albusaidi (la diplomazia omanita, nel corso dei colloqui di Ginevra, ha cercato di mediare), che ha detto di essere "sgomento" per l'operazione congiunta, lanciata poche ore dopo l'incontro con il vicepresidente JD Vance in un ultimo disperato tentativo di scongiurare gli attacchi militari.
"Né gli interessi degli Stati Uniti né la causa della pace globale sono ben tutelati da questo", ha dichiarato Albusaidi su X. "Esorto gli Stati Uniti a non farsi ulteriormente coinvolgere. Questa non è la vostra guerra".