L'Iran, dopo quasi cinquant'anni di potere ininterrotto della Repubblica Islamica, è privo di una Guida Suprema, anche se la teocrazia sta cercando di colmare questo vuoto che non è solo religioso.
La morte dell'ayatollah Ali Khamenei, ucciso
nell'attacco portato dalla forza aerea di Israele contro il compound che
ospitava la Guida Suprema, a Teheran, sta avendo reazioni contrastanti
nel Paese, dove si fronteggiano due schieramenti, al momento affatto
paritari, con chi ne piange, coreograficamente, la perdita e chi, in
minoranza, ha il coraggio di scendere in strada per festeggiare la fine
di un regime assolutista e crudele.
Medio Oriente: dopo quasi cinquant'anni, l'Iran si sveglia senza una Guida Suprema
Tutto questo mentre anche la scorsa
notte, dal cielo, sono piovuti missili che hanno colpito obiettivi nella
capitale e in altre città, alcune strategicamente importanti, altre -
come Qom, che con Mashad divide il ruolo di luogo santo del Paese - dal forte ruolo religioso e, per questo, simbolico per lo sciismo.
Nelle strade di Teheran si agitano, quindi, due anime.
C'è quella, per così dire, ufficiale,
che mostra dolore e sete di vendetta per la morte di Khamenei, e c'è
quella della gente comune che, con la fine della Guida Suprema, spera
inizi una nuova era per un Paese la cui realtà è molto più drammatica di
quella raccontata dal regime teocratico, perché la crisi economica da
anni strangola l'Iran, rendendo poveri tutti quelli che non succhiano
denaro e potere dal regime.
Ma il sentimento prevalente, che non
necessariamente è quello mostrato nelle pubbliche dimostrazioni di
dolore, è che la guerra, questa volta, possa essere totale e che,
quindi, a differenza di quella dello scorso anno e di altri conflitti
limitati del passato, coinvolga non solo le strutture militari e di
produzione dell'uranio arricchito, ma anche obiettivi civili, a
cominciare dalle infrastrutture vitali per il Paese.
Il fatto stesso che uno dei primi ''danni collaterali''
degli attacchi sia stata la distruzione di una scuola elementare
femminile a Minab, nel sud del Paese, con la morte di almeno un
centinaio di bambine, acuisce la paura.
Anche la scelta dei vertici della repubblica islamica - sempre che a
decidere siano effettivamente loro e non la leadership militare,
Guardiani della Rivoluzione compresi - di portare il conflitto nei Paesi
del Golfo sembra creare sconcerto tra gli iraniani che, forse più del
conflitto stesso, temono ora l'isolamento politico e anche economico.
Il clima di incertezza, misto a paura
per le conseguenze delle proprie azioni, si può misurare con il fatto
che, se vengono segnalate manifestazioni popolari di sostegno al regime,
contestualmente sono diffusi e condivisi video degli attivisti
anti-regime che mostrano cortei di vetture strombazzanti e centinaia di
persone che mostrano gioia per la morte della Guida Suprema.
Tra essi, quello arrivato nella città di Galleh Dar
che mostra manifestanti rovesciare il monumento dedicato al
predecessore di Khamenei e fondatore della Repubblica Islamica, il
defunto Ayatollah Ruhollah Khomeini, tra gli applausi dei presenti.
Quasi un déjà vu di quanto accadde nell'Iraq, alla caduta di Saddam Hussein.
Di contro, ieri mattina grandi folle di iraniani filogovernativi si sono
radunate nelle piazze e nelle moschee di tutto il Paese per dimostrare
il loro sostegno al regime.