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Carceri al collasso e polizia penitenziaria allo stremo: l’inchiesta che smaschera le vere priorità della Giustizia

 
Carceri al collasso e polizia penitenziaria allo stremo: l’inchiesta che smaschera le vere priorità della Giustizia
Redazione

L’inchiesta di Altreconomia fotografa una crisi strutturale del sistema penitenziario italiano: sovraffollamento, carenze di organico, formazione inadeguata e un dettato costituzionale sempre più disatteso.

Mentre il dibattito politico italiano si concentra su riforme costituzionali e referendum evocati come panacee di ogni inefficienza, il cuore fragile della Giustizia continua a battere nelle carceri. Ed è un battito irregolare, affaticato, spesso ignorato. A riportarlo al centro dell’attenzione è la copertina di febbraio di Altreconomia, che dedica una dura e documentata inchiesta al collasso della polizia penitenziaria e del sistema carcerario italiano.

L’inchiesta, firmata da Luca Rondi, restituisce una fotografia impietosa: 189 istituti penitenziari sovraffollati, 63.499 detenuti a fronte di una capienza regolamentare superata di oltre 12.000 unità, e un corpo di polizia penitenziaria sempre più ridotto e logorato. Gli agenti effettivamente operativi nelle sezioni sono scesi da 30.054 nel 2024 a 29.811 nel 2025. Un calo numericamente contenuto, ma devastante se inserito in un contesto già al limite.

Da corpo civile a forza addestrata allo scontro

Il problema, come emerge chiaramente dall’inchiesta, non è soltanto quantitativo. È culturale e strutturale. Quando nel 1990 la polizia penitenziaria venne smilitarizzata, l’obiettivo era creare un corpo civile di prossimità, capace di garantire sicurezza ma anche relazione, mediazione e accompagnamento nel percorso rieducativo dei detenuti, come previsto dall’articolo 27 della Costituzione.

Oggi quella visione appare progressivamente rinnegata. I dati sulla formazione dei nuovi agenti parlano chiaro: nel corso avviato a gennaio 2026, il 40% delle ore è dedicato alle attività addestrative, mentre solo l’11% riguarda discipline relazionali e criminologiche. Dieci ore per la mediazione culturale, otto per la comunicazione applicata, quattro per la gestione del disagio dell’operatore. A fronte di decine di ore su difesa personale, uso delle armi e ordine pubblico.

Uno squilibrio che ha conseguenze concrete. Mimmo Sorrentino, regista e operatore culturale, lo ha toccato con mano nel carcere di Vigevano, dove ha condotto un progetto di teatro partecipativo con gli agenti. “Sono stati educati a risolvere i problemi con la forza – racconta – ma davanti a un detenuto che si autolesiona o ingoia una pila, la forza non serve a nulla”.

Formazione ridotta, realtà sconosciuta

A peggiorare il quadro contribuisce la drastica riduzione dei tempi di formazione. Rispetto all’anno di corso previsto negli anni Novanta, oggi gli agenti vengono formati in appena quattro mesi. Anche le visite in istituto, fondamentali per comprendere la realtà carceraria, sono state ridotte: da 72 ore a sole 24. Tre giorni complessivi, spesso in gruppi numerosi, che non permettono una reale conoscenza dell’ambiente in cui si andrà a lavorare.

Il risultato è un ingresso in servizio segnato da spaesamento, stress e senso di impotenza. Non sorprende che molti abbandonino l’incarico, anche se il dato preciso resta ignoto: il ministero della Giustizia ha negato più volte l’accesso alle informazioni richieste.

Morti, suicidi e rischio corruzione

Il prezzo umano di questo sistema è altissimo. Nel 2025, su 238 decessi in carcere, 79 sono stati suicidi. Una cifra che interroga profondamente lo Stato e la sua capacità di garantire dignità e tutela, non solo ai detenuti ma anche a chi lavora ogni giorno dietro le sbarre.

L’inchiesta di Altreconomia accende poi un faro su un’altra zona d’ombra: la crescente esposizione alla corruzione. Carceri trasformate in piazze di spaccio, stipendi bassi, ricattabilità diffusa. I dati ottenuti tramite accesso civico mostrano un numero allarmante di procedimenti per reati contro la Pubblica amministrazione: falso, traffico di stupefacenti, corruzione, peculato, fino alla tortura. Un “carcere malato” che rischia di risucchiare anche chi dovrebbe garantirne la legalità.

La vera priorità: la Costituzione

La domanda finale è inevitabile e profondamente politica: come si rende concreto l’articolo 27 della Costituzione in celle sovraffollate, senza personale formato, senza tempo per la relazione e la rieducazione? Che senso ha parlare di riforme “epocali” se il cuore del sistema è abbandonato?

L’inchiesta di Altreconomia non offre slogan, ma pone una priorità netta: la Giustizia non si misura dalle architetture istituzionali, ma dalle condizioni reali in cui lo Stato esercita il suo potere punitivo. Tutto il resto, separazione delle carriere compresa, viene dopo.