Una vessazione, quella del ‘payback sanitario’. Spacciata per
solidarietà. E addirittura stabilizzata nel tempo. Come se l’emergenza
potesse trasformarsi in normalità. A spese di una categoria. Che avrebbe
bisogno invece di un tratto di penna definitivo, scaturito da un’azione
politica coraggiosa eppur legittima, e invece si vede costretta ad
aggrapparsi qua e là. Da ultimo a una decisione del Consiglio di Stato,
in realtà una misura cautelare e perdipiù temporanea, che non fa
chiarezza (piuttosto ne chiede), ma perlomeno rappresenta un segnale di
attenzione significativo rispetto alle enormi criticità messe in luce
negli anni dalle associazioni dei produttori, Confimi Imprese Sanità in
testa.
Payback sanitario, la resa dei conti: imprese sotto pressione e politica chiamata a decidere
Ricapitoliamo per i non addetti. Il ‘payback sanitario’ è il
meccanismo che obbliga le aziende fornitrici di dispositivi medici a
ripianare parte dello sforamento del tetto di spesa sanitaria regionale,
introdotto per il triennio 2015/2018. In sostanza una imposizione
retroattiva, introdotta per risanare i bilanci sanitari, che prevede la
restituzione da parte delle imprese di una quota significativa dei loro
guadagni. Il ‘payback sanitario’ non rappresenta però solo una
vessazione ma si è anche dimostrato un ostacolo, assieme alla
burocrazia, allo sviluppo del settore medico-farmaceutico. Una sorta di
barriera che impedisce all’Italia di trasformarsi in un hub
internazionale, se non mondiale, dei comparti interessati alla Sanità.
Con enormi perdite in termini di valore aggiunto, ricerca, occupazione
qualificata.
Grazie al Consiglio di Stato, e in assenza della politica, gli
imprenditori intanto possono tornare a sperare. L’organismo con sede a
Palazzo Spada ha ribaltato infatti il provvedimento del Tar del Lazio
che aveva ritenuto legittimo il contributo aggiuntivo a carico delle
imprese dello 0,75 per cento sul fatturato derivante dalla vendita di
dispositivi medici al Servizio sanitario nazionale. Di conseguenza, il
Consiglio di Stato ha rimesso gli atti alla Corte costituzionale per la
verifica della legittimità balzello. In sostanza, l’organismo di Palazzo
Spada ha eccepito la disorganicità di questi prelievi, imposti
evidentemente per fare cassa a spese di una ristretta categoria di
imprese, considerata alla stregua, non si offenda nessuno, di una
mandria di mucche da mungere.
Ora, però, l’altolà del Consiglio di Stato - di fuori dalla singola
disposizione, su cui deve pronunciarsi l’organo competente - non può
lasciare assopita ‘la bella addormentata nel bosco’, cioè la politica