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‘Payback sanitario’, la politica non può più far finta di niente

 
‘Payback sanitario’, la politica non può più far finta di niente
Pietro Romano
Una vessazione, quella del ‘payback sanitario’. Spacciata per solidarietà. E addirittura stabilizzata nel tempo. Come se l’emergenza potesse trasformarsi in normalità. A spese di una categoria. Che avrebbe bisogno invece di un tratto di penna definitivo, scaturito da un’azione politica coraggiosa eppur legittima, e invece si vede costretta ad aggrapparsi qua e là. Da ultimo a una decisione del Consiglio di Stato, in realtà una misura cautelare e perdipiù temporanea, che non fa chiarezza (piuttosto ne chiede), ma perlomeno rappresenta un segnale di attenzione significativo rispetto alle enormi criticità messe in luce negli anni dalle associazioni dei produttori, Confimi Imprese Sanità in testa.

Payback sanitario, la resa dei conti: imprese sotto pressione e politica chiamata a decidere

Ricapitoliamo per i non addetti. Il ‘payback sanitario’ è il meccanismo che obbliga le aziende fornitrici di dispositivi medici a ripianare parte dello sforamento del tetto di spesa sanitaria regionale, introdotto per il triennio 2015/2018. In sostanza una imposizione retroattiva, introdotta per risanare i bilanci sanitari, che prevede la restituzione da parte delle imprese di una quota significativa dei loro guadagni.  Il ‘payback sanitario’ non rappresenta però solo una vessazione ma si è anche dimostrato un ostacolo, assieme alla burocrazia, allo sviluppo del settore medico-farmaceutico. Una sorta di barriera che impedisce all’Italia di trasformarsi in un hub internazionale, se non mondiale, dei comparti interessati alla Sanità. Con enormi perdite in termini di valore aggiunto, ricerca, occupazione qualificata.
 
Grazie al Consiglio di Stato, e in assenza della politica, gli imprenditori intanto possono tornare a sperare. L’organismo con sede a Palazzo Spada ha ribaltato infatti il provvedimento del Tar del Lazio che aveva ritenuto legittimo il contributo aggiuntivo a carico delle imprese dello 0,75 per cento sul fatturato derivante dalla vendita di dispositivi medici al Servizio sanitario nazionale. Di conseguenza, il Consiglio di Stato ha rimesso gli atti alla Corte costituzionale per la verifica della legittimità balzello. In sostanza, l’organismo di Palazzo Spada ha eccepito la disorganicità di questi prelievi, imposti evidentemente per fare cassa a spese di una ristretta categoria di imprese, considerata alla stregua, non si offenda nessuno, di una mandria di mucche da mungere.
 
Ora, però, l’altolà del Consiglio di Stato - di fuori dalla singola disposizione, su cui deve pronunciarsi l’organo competente - non può lasciare assopita ‘la bella addormentata nel bosco’, cioè la politica