La guerra all'Iran, che Trump continua a presentare come fosse una marcia trionfale, attingendo alla sua retorica incendiaria che mal s'acconcia con il ruolo e le responsabilità, rischia di essere più lunga del previsto e con un bilancio di vite umane che potrebbe anche essere indigesto per la base Maga, che ha sempre fatto dell'isolazionismo uno dei suoi pilastri.
Medio Oriente: l'America si interroga su Trump e sulle troppe spiegazioni per giustificare la guerra
Anche la non esclusione, da parte di Trump, dell'invio di soldati americani sul suolo iraniano accentua i mal di pancia nella parte dell'elettorato che vorrebbe gli Stati Uniti sempre meno coinvolti sul fronte internazionale per concentrare gli sforzi sulla situazione interna.
Trump, anche nelle ultime ore, mostra sicurezza sull'esito del conflitto e poca considerazione su come l'Iran possa opporsi alla spaventosa potenza di fuoco della macchina bellica americana. Ma la situazione rischia di non essere per come lui la descrive, perché la risposta di Teheran c'è stata e, per certi versi, inattesa, coinvolgendo non soltanto la basi americane nella regione, ma anche obiettivi civili negli Stati del Golfo, da sempre alleati della Casa Bianca.
Dire che l'esercito americano ha una disponibilità illimitata di arsenali non descrive la realtà sul terreno, perché sconfiggere un regime che da quasi cinquant'anni controlla l'Iran, grazie alla repressione del dissenso e all'eliminazione fisica di chi se ne fa portavoce, è difficile e comunque deve mettere in conto che la guerra sarà lunga e dagli effetti ad oggi non prevedibili.
Il solo annuncio della chiusura dello Stretto di Hormuz è bastato per fare volare i prezzi energetici e a mettere in allarme i Paesi dell'Asia che dipendono dagli estrattori della regione del Golfo.
Ma, tornando agli Stati Uniti, gli analisti, per come loro costume, stanno rileggendo, oltre alle parole dette oggi sul dossier iraniano, anche quelle pronunciate da Trump e dai suoi collaboratori nelle scorse settimane, rilevando quel che è palese: spiegazioni in continua evoluzione, a volte esagerate o in contrasto con il giudizio dell'intelligence statunitense, per giustificare la necessità degli attacchi e ciò che gli Stati Uniti sperano di ottenere in ultima analisi.
Il fatto stesso di dare per certo che Teheran fosse ad un passo dal dotarsi dell'arma nucleare ha descritto uno scenario dato per improbabile dall'Intelligence, che ha negato con fermezza la capacità dell'Iran di attaccare gli Stati Uniti.
Quindi attaccare l'Iran, per Trump è stata la sola risposta che gli Stati Uniti potevano dare ad una "minaccia imminente" che, a sentire qualche funzionario dell'intelligence, tale non era, a meno di essere costretto l'Iran a rispondere ad un attacco, come sta accadendo in questi giorni.
In molti, peraltro, hanno rilevato la giravolta di Trump che prima aveva minacciato Teheran per la sanguinosa repressione delle proteste popolari per poi addurre, a giustificazione di un attacco, una minaccia imminente che, come detto, in pochi avevano indicato.
Poi il fatto che Trump abbia chiesto al popolo iraniano di cacciare gli esponenti della Repubblica islamica fa a pugni con quel che dicono alcuni suoi stretti collaboratori, cioè che l'azione militare non prevede un cambio di regime, che, come insegna la lezione dell'Iraq, può avere conseguenze nefaste.
"Abbiamo visto l'obiettivo di questa operazione cambiare, credo, quattro o cinque volte", ha affermato il senatore della Virginia Mark Warner, il principale esponente democratico della Commissione Intelligence del Senato, sottolineando un dato di fatto e non certo facendo grandi analisi semantiche.
Il banco di prova per l'Amministrazione - comunque non in grado di frenare le pulsioni guerresche di Trump e del suo cerchio magico - ci sarà nelle prossime ore quando il Congresso dovrà discutere delle proposte dei democratici che vogliono un voto in aula per mettere dei paletti all'azione militare in Iran.
Cercando di cristallizzare la situazione, l'opinione pubblica (ad accezione dei repubblicani ''duri e puri'', che mai si sognerebbero di sconfessare la Casa Bianca) è scettica sulla guerra, mentre il Congresso non è stato coinvolto nella decisione e quindi non ha dato alcuna autorizzazione.
Un sondaggio della CNN condotto da SSRS dopo l'inizio degli attacchi ha rilevato che quasi 6 americani su 10 disapprovano la decisione degli Stati Uniti di intraprendere un'azione militare in Iran, poiché la maggior parte ritiene probabile un conflitto militare a lungo termine tra le due nazioni. Che è lo scenario peggiore per i repubblicani che, guardando alle elezioni di medio termine, alle quali si presentano gravati dalla zavorra delle politiche economiche e sociali di Trump, temono un bagno di sangue.