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Congedo paritario bocciato e gap al 25,73%: la parità che l’Italia continua a rimandare

 
Congedo paritario bocciato e gap al 25,73%: la parità che l’Italia continua a rimandare
Redazione

Il no al congedo paterno rafforzato e il Rendiconto di Genere INPS 2024 raccontano la stessa storia: redistribuzione della cura e parità economica restano nodi irrisolti

C’è un dato politico e un dato strutturale. Il primo riguarda la bocciatura della proposta di legge sul congedo parentale paritario. Il secondo riguarda il divario salariale di genere, certificato ancora una volta dal Rendiconto di Genere INPS 2024. Messi insieme raccontano una storia che l’Italia fatica ad affrontare: la redistribuzione reale del lavoro di cura e la parità economica tra uomini e donne.

Il congedo paritario fermato in Aula

La proposta delle opposizioni prevedeva un’estensione significativa del congedo per i padri: cinque mesi complessivi, di cui quattro obbligatori, superando l’attuale schema che garantisce dieci giorni. Una misura che avrebbe inciso in modo strutturale sull’organizzazione familiare e sul mercato del lavoro.

Il provvedimento è stato respinto con 137 voti favorevoli alla soppressione, 117 contrari e 2 astenuti. Determinante il parere della Ragioneria generale dello Stato, che ha stimato un costo superiore ai 3 miliardi di euro annui, giudicando le coperture “inidonee”. Parere negativo anche della Commissione Bilancio.

Il nodo, dunque, è stato economico. Ma il tema è profondamente culturale.

Il congedo paterno obbligatorio non è una misura simbolica. Nei Paesi dove è stato rafforzato – in particolare nel Nord Europa – ha prodotto effetti misurabili sulla partecipazione femminile al lavoro, sulla riduzione del gap retributivo e sulla condivisione del carico di cura. Il punto non è solo “quanto costa”, ma quanto produce nel medio-lungo periodo in termini di PIL, occupazione femminile, natalità e sostenibilità del sistema previdenziale.

Il Rendiconto di Genere INPS 2024: numeri che non si possono ignorare

Proprio nel giorno della bocciatura, l’INPS ha diffuso il Rendiconto di Genere 2024, relativo ai dati 2023-2024. Il quadro è chiaro: le donne continuano a guadagnare in media il 25,73% in meno rispetto agli uomini.

Non si tratta di una fotografia isolata, ma di una struttura che attraversa l’intero mercato del lavoro italiano.

I principali elementi emersi dal report:

  • Retribuzioni medie inferiori in quasi tutti i settori produttivi.

  • Maggiore incidenza del part-time involontario femminile.

  • Maggiore concentrazione delle donne in settori a bassa remunerazione.

  • Carriere più discontinue, legate a maternità e cura familiare.

  • Pensioni femminili significativamente più basse rispetto a quelle maschili.

Il divario retributivo non è solo una questione salariale diretta. È un differenziale cumulativo che si traduce in:

  • minori contributi versati;

  • minori pensioni;

  • maggiore rischio di povertà in età avanzata;

  • minore autonomia economica.

Secondo il Rendiconto, il tasso di occupazione femminile rimane sensibilmente più basso di quello maschile, con forti differenze territoriali, soprattutto nel Mezzogiorno. Le donne interrompono più frequentemente la carriera dopo la nascita di un figlio e rientrano spesso con contratti meno stabili o a tempo parziale.

Il nodo strutturale: il lavoro di cura

Il punto di connessione tra il congedo paritario bocciato e il divario salariale è il lavoro di cura.

Finché la maternità continuerà a pesare quasi esclusivamente sulle donne in termini di tempo, carriera e reddito, il gap non potrà ridursi in modo significativo. I dieci giorni attuali per i padri rappresentano un passo avanti rispetto al passato, ma sono ancora insufficienti per incidere sugli equilibri domestici e aziendali.

Il mercato del lavoro continua implicitamente a considerare la maternità come “rischio produttivo”, mentre la paternità rimane marginale nella gestione della cura. Questo squilibrio genera:

  • minori opportunità di avanzamento per le donne;

  • maggiore precarietà post-maternità;

  • differenze salariali progressive nel tempo.

Costi o investimenti?

La discussione sui 3 miliardi stimati dalla Ragioneria merita un’analisi più ampia. La domanda non è soltanto quanto costi il congedo paritario, ma quanto costi al sistema Paese non intervenire.

L’Italia registra:

  • uno dei più bassi tassi di natalità in Europa;

  • un tasso di occupazione femminile inferiore alla media UE;

  • un progressivo squilibrio demografico che incide sul sistema pensionistico.

In questo contesto, politiche di sostegno alla genitorialità e alla condivisione della cura non sono misure ideologiche, ma strumenti di politica economica.

La parità salariale non si costruisce solo con norme anti-discriminazione, ma con interventi strutturali che riequilibrino tempi, responsabilità e carriere.

Una scelta politica, non solo contabile

La bocciatura del congedo paritario è una scelta politica legittima nel merito parlamentare. Ma si inserisce in un quadro in cui i dati INPS mostrano una disparità persistente e strutturale.

Il Rendiconto di Genere 2024 non racconta un’emergenza momentanea. Racconta un sistema che continua a scaricare sulle donne il costo sociale della maternità e della cura.

Se la parità resta un obiettivo dichiarato ma non sostenuto da politiche strutturali, il gap del 25,73% rischia di diventare una costante generazionale.

La questione non riguarda solo le donne. Riguarda la crescita economica, la sostenibilità previdenziale, la demografia e la competitività del Paese.

La vera domanda, oggi, non è se il congedo paritario fosse perfetto.
La domanda è se l’Italia può permettersi di non intervenire.