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Iran, morto Khamenei: perché il regime non cadrà (almeno per ora)

 
Iran, morto Khamenei: perché il regime non cadrà (almeno per ora)
Redazione
Tutti gli analisti - guardando a quel che è accaduto, sta accadendo e potrebbe accadere in Iran - sono concordi nel dire che la morte violento della Guida Suprema, l'Ayatollah Ali Khamenei, non significa la fine del regime islamista che per quasi cinquant'anni ha tenuto, sotto il tallone di una repressione violenta e spesso sanguinaria, un Paese che, al contrario, prima della cacciata dallo Shah viveva una stagione di apparente libertà.
 

Perché lo stesso Mohammad Reza Pahlavi si affidava alla ferocia della sua polizia segreta, la Savak, per garantirsi il potere. 



Che la morte della Guida Suprema cambi radicalmente il panorama può essere un auspicio, una speranza, ma che preluda ad un ribaltamento del quadro generale del Paese, stremato da una lunga crisi economica e che da decenni vive  in uno stato di compressione assoluta di ogni parvenza di libertà, è solo utopia, al momento.

Se l'attacco congiunto israelo-americano possa portare ad un cambio di regime, quindi, resta ancora nel quaderno del sogni, perché questo meccanismo (lo stesso paracadutato sull'Iraq, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti) avrebbe bisogno di presupposti diversi per diventare realtà. Perché i decenni di vigenza della repubblica islamica ha creato una casta di chierici, militari e giudici che ha tenuto in pugno milioni di persone, per le quali dissentire o protestare poteva essere un preludio prima di finire appesi per il collo al braccio di una gru.

La storia della repubblica teocratica, formalmente imbevuta di democrazia (le elezioni ci sono sempre state, ma il loro esito era scritto ben prima), è stata sempre caratterizzata dalla cogenza delle decisioni della Guida Suprema - Khomeini prima, Khamenei dopo - che ha sempre confidato su sé stessa e sulla ristretta cerchia di collaboratori, tra i quali, con il passare degli anni, hanno assunto un ruolo importantissimo i Guardiani della Rivoluzione, uno Stato nello Stato.
 
Loro che, da forza paramilitare, sono diventati il braccio armato del regime, ma anche una potenza economica, con il controllo di settori importanti della vitale industria degli armamenti.

Ora con la morte violenta di Khamenei, subentrato a Ruhollah Khomeini, nel 1989, si apre la lotta alla successione, formalmente affidata ad un ristretto gruppo di decisori, tra i quali si agitano anime diverse, ma accomunate dalla condivisa scelta di continuare nel segno delle due Guida Supreme.

La scelta del successo di Khamenei cadrà, quindi, su chi saprà interpretare le due anime che sino ad oggi hanno convissuto nel regime, gli integralisti e gli aperturisti (parlare di liberali o progressisti è fuor di luogo), ma alla luce di una situazione che, sebbene temuta, si è determinata nel modo più drammatico.
La nuova leadership del regime non potrà che essere espressione di una situazione che, anche dopo la fine di questa ennesima guerra, resterà in bilico, perché, se Trump e Netanyahu terranno fede alla loro tabella di marcia, niente lascia pensare che gli Stati Uniti allenteranno le sanzioni economiche e che Israele non  cerchi di portare sino in fondo il programma di neutralizzazione del pericolo - più reale che potenziale, stando a proclami e minacce - che arriva da est.

I nomi dei possibili successori di Khamenei in queste ore corrono, anche perché l'incidente elicotteristico che, nel 2024, provocò la morte dell'ex presidente Ebrahim Raisi, ha ''depennato'' il nome di chi era considerato il successore designato.
 
Venendo a mancare, drammaticamente, chi aveva le carte in regole che garantire al regime di andare avanti, lo stesso Khamenei, dopo le guerra dei dodici giorni dello scorso anno, aveva fatto una prima scrematura dei nomi di chi ne avrebbe raccolto l'eredità. E tra questi nomi pare non ci fosse quello del figlio, Mojtaba, che è cresciuto all'ombra del padre - di cui gestiva il patrimonio, che secondo alcune fonti sarebbe ingentissimo, nell'ordine di parecchie decine di miliardi di dollari -, è diventato figura importante, ma sarebbe penalizzato dal fatto che la Guida Suprema non avrebbe voluto instaurare una discendenza per sangue al vertice della repubblica.

La morte di Khamenei non si traduce nella fine del regime islamista



"Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo. Sarà vostro. Questa sarà probabilmente la vostra unica possibilità per generazioni", ha detto Trump in quello che è sembrato più un auspicio che non una presa d'atto del cambiamento nel Paese che, in questi anni, ha spesso vissuto di e grazie alla repressione violenza di qualsivoglia forma di dissenso, da quelle di strada alle altre, semplici atti di rivolta sociale, come quella delle donne ribellatesi alla dittatura della polizia morale, quella che massacrò Mahsa Amini, nel 2022, solo perché aveva lasciato che una vezzosa ciocca di capelli facesse capolino dal velo islamico.

Negli anni, la repressione decisa da Khamenei ha provocato la reazione, spontanea o indotta da forze esterne al Paese, della gente, alla quale il regime ha risposto in modo brutale. Come certificano i numeri - ufficiosi sin che si vuole, ma lo stesso agghiaccianti - delle vittime della repressione. Quella che Trump ha preso a pretesto, insieme alla minaccia dell'arma nucleare, per il suo intervento.

Cosa accadrà nelle prossime ore?


 
Quello che appare probabile è che saranno le Guardie delle Rivoluzione, che devono al regime la loro forza e che quindi non resteranno a guardare, a presiedere al delicatissimo periodo - poche ore o chissà quanto - della transizione verso l'indicazione della nuova Guida Suprema.

Che si possa replicare in Iran il modello Venezuela, trovando quindi un interlocutore gradito a Teheran, è per Trump solo una delle ipotesi sul tappeto. Perché, al momento, a Teheran non c'è un clone di Delcy Rodriguez, capace di essere, nel giro di poche ore, Tigellino e Giuda.