E' una di quelle che, nelle redazioni di
un tempo, venivano chiamate ''storiacce'', caratterizzate da elementi
che provocano interesse, ma anche sentimenti contrari, perché, sebbene
si conoscano di esse ogni particolare, non si riesce a caratterizzarle, a
dare su di esse un giudizio esaustivo,
Parliano della vicenda di Rogoredo, di quel pusher ucciso da un colpo di pistola esploso da un poliziotto.
Che la brutta vicenda di Rogoredo insegni alla politica di non sputare sentenze prima che la verità emerga
La
storia, di per sé, se raccontata così, entrerebbe nella casisitica:
sparo per difendermi, sparo perché minacciato. Ed in effetti era stato
proprio così che era stata presentata questa vicenda. Un pusher -
appartenente ad un clan familiare nordafricano che si dice quasi
monopolizzi la piazza di spaccio di Rogoredo, un vero e proprio girone
di dannati, che fanno di tutto per una dose - ucciso per avere
minacciato con una pistola un gruppo di poliziotti, il più lesto dei
quali a rispondere lo ha centrato alla tempia con un proiettile esploso
con la sua pistola d'ordinanza.
Notizia
brutta di per sé, ma che, piuttosto che essere lasciata in stand by per
quanto riguarda commenti ed iniziative, è stata immediatamente
strumentalizzata scatenando la canea dei ''dagli all'immigrato, peggio
se spacciatore'' e di quelli che, leggendo la cronaca (presunta)
dell'accaduto, si sono prima rallegrati perché nessuno dei poliziotti ha
avuto problemi, per poi schierarsi con quello che ha ''reagito''
neutralizzando il portatore di minacce.
Le
voci che dal centro-destra che si sono levate a difesa dell'agente sono
state certo più alte delle poche o addirittura nessuna che ha mostrato
pietà per il morto, che aveva il profilo perfetto del ''cattivo'':
spacciatore, pregiudicato, appartenente ad un clan che gestisce lo
spaccio, capace di uccidere.
Le
indagini hanno dimostrato che non è andata per come era stata
raccontata sin dall'inizio degli agenti e che non si è trattato di una
reazione legittima e necessaria, ma di qualcosa di molto vicino ad una
esecuzione.
Perché se spari
contro la figura di qualcuno che non impugna null'altro che un telefono,
al netto della quasi oscurità e della distanza, che rende sempre
difficile mirare per uccidere, di rendi responsabile di un reato. Ma a
rendere la cosa ben più grave è che non si è trattato di un ennesimo
episodio della lotta tra il Bene (lo Stato e i suoi uomini) e il Male
(gli spacciatori e i trafficanti) , ma dell'azione del singolo uomo in
divisa che forse aveva un conto da regolare nei confronti di chi - la
vittima - non si era piegato a ricatti e minacce.
L'agente
in questione, dicono ora le indagini, non era un difensore dello Stato,
ma del suo stato, inteso come ricchezza non di valori, ma materiale,
accusato oggi di estorcere denato e dosi di cocacina agli spacciatori.
Ma
non a tutti, solo agli stranieri (per amor di patria?) e per chi si
ribellava arrivano i pestaggi che, per lo strumento usato per convincere
i fermati a darsi una calmata, un martello, gli era valso il soprannome
di Thor, come il dio norreno.
Tornando
all'inizio del nostro racconto, quindi, solo una storiaccia, che ha
mostrato però delle cose che potrebbero essere utili.
La
prima delle quali, ai nostri occhi, è che ad oggi non c'è stato un
commento che sia uno per dire che la magistratura ha fatto il suo
lavoro, senza farsi condizionare dall'incitazione a colpire, con la
forza dello Stato, il presunto colpevole che, sebbene morto, restava
tale. Un colpevole scontato di cui è stato detto il peggio, basandosi
sul suo profilo criminale, ma non considerando le circostanze della sua
morte, che qualche dubbio hanno evidentemente generato nei pm che, a
dispetto da chi voleva vedere la testa dello spacciatore su una picca e
la salita nell'Olimpo degli eroi del suo uccisore, hanno cercato, con
pazienza, ma velocemente la verità. Che è arrivata ed è completamente
diversa da quella che serviva politicamente a qualcuno, con vista
referendum. Tutto questo mentre, quando ancora l'inchiesta muoveva i
primi passi, si sono mobilitati con petizione e raccolta di fondi per
l'agente che ha sparato e che per questo era stato iscritto nel registro
degli indagati. Un atto dovuto (per consentirgli la difesa), ma che è
stato visto come un obbrobrio da chi di giustizia mastica poco.
Noi,
per quello che può valere, di questa storia guardiamo la fine, che
ancora non è arrivata (le strade della giustizia sono tradizionalmente
lunghe e si inerpicano tra verità, menzogne, tra false verità e
altrettanto false menzogne), ma che sembra indirizzata.
Forse
tutti, nessuno escluso, dovremmo prenderci un attimo prima di
giudicare, prima di asserire che se accadono certe cose è perché
qualcuno se le è cercate. Ogni vicenda che ha un epilogo drammatico che
per qualcuno resta doloroso: per chi spara per difendersi, anche se lo
fa a scoppio ritardato e quando il pericolo è sfumato; per chi piange un
morto, ben sapendo che, se avesse vissuto una vita normale (cioè dentro
la legge), non si sarebbe trovato sulla linea di tiro di una pistola.
Se
questa storia deve insegnare qualcosa è che la politica oggi si nutre
della cronaca, quando forse dovrebbe essere lei d'esempio per moderare
furori e sete di vendetta. Ma noi siamo spettatori, interessati, ma solo
spettatori.