C’è una storia che non accade spesso sui mercati finanziari. Inizia con una lettera che ha il sapore amaro di un testamento, o forse di una resa strategica. Le parole sono pesanti: "Con il cuore pesante liquiderò il mio fondo e restituirò ai clienti il loro capitale".
Chi scrive è l'uomo che ha visto i fantasmi prima di tutti gli altri. Colui che ha previsto il crollo del 2008 mentre Wall Street ballava ignara sull'orlo del precipizio: Michael Burry. Ha chiuso il suo fondo, Scion Capital, e se n'è andato. La sua motivazione è raggelante: questo mercato è diventato troppo folle, troppo irrazionale, e "l'unica mossa vincente è non giocare".
Ma prima di chiudere la porta, Burry lascia un ultimo indizio, una "bomba a orologeria" nascosta tra le pieghe dei documenti finanziari. Tuttavia, per capire la portata di questo evento, dobbiamo fare un passo indietro e capire dove guardare.
LA FOTOGRAFIA DEL PASSATO: I DOCUMENTI 13F
Ogni 45 giorni accade qualcosa che passa inosservato ai più, ma non a chi vive di mercati e soprattutto ai vecchi tromboni come chi scrive: la pubblicazione dei documenti 13F. Per legge, i grandi investitori americani devono dichiarare cosa hanno comprato e venduto. È come poter sbirciare nei loro diari segreti.
C’è però un "ma" tecnico fondamentale da considerare: questi documenti escono con 45 giorni di ritardo rispetto alla fine del trimestre. Quello che analizziamo, quindi, è una fotografia del passato. Un esempio? Warren Buffett aveva comprato Ulta Beauty e poco dopo la posizione era crollata; Michael Burry aveva United Health tre mesi fa, e oggi è sparita.
Eppure, a saper osservare, questa fotografia ci offre indizi preziosi sul sentiment dei "grandi". E questa volta, gli indizi sono clamorosi.
MICHAEL BURRY CONTRO LA BOLLA DELL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Michael Burry sta scommettendo pesantemente contro la bolla dell’intelligenza artificiale. Non lo fa a caso, ma con strumenti derivati precisi: ha comprato Opzioni Put su Nvidia e Palantir.
Spieghiamo tecnicamente cosa significa: comprare un'opzione Put vuol dire posizionarsi per guadagnare dalla discesa del prezzo.
Il caso Palantir: Burry ha speso 9,2 milioni di dollari per 500 contratti Put con scadenza nel 2027 e uno Strike Price di 50 dollari. Oggi Palantir viaggia molto più in alto (intorno ai 170 dollari). Sembra impossibile che guadagni, giusto?
La strategia: qui sta la finezza. Burry non deve necessariamente aspettare che il titolo crolli a 50 dollari nel 2027. Dato che la scadenza è così lontana, gli basta che il titolo inizi a scendere ora o che la volatilità aumenti. Se questo accade, il valore dei contratti sale molto prima.
Ha fatto la stessa identica mossa su Nvidia: Put su 10.000 azioni (100 contratti), Strike Price 110, scadenza 2027. Anche qui, scommette che l’euforia attuale non possa reggere.
L'ATTACCO A TESLA E IL "FURTO SILENZIOSO"
Burry è tornato a colpire anche il suo vecchio nemico: Tesla. L'accusa è duplice e tecnica.
La diluizione azionaria: se Tesla fosse una torta, ogni anno Elon Musk la taglia in fette più sottili per darle ai dipendenti (Stock Based Compensation). Risultato: la fetta dell’azionista vale meno. Tesla diluisce il 3,6% l’anno, molto più di Amazon. Per gli investitori è un furto silenzioso.
Il cambio di narrazione: proprio mentre le vendite rallentano, Musk parla solo di Robotaxi e del robot Optimus. Una distrazione dai fondamentali.
E i fondamentali preoccupano: Tesla scambia a 287 volte gli utili futuri. La sua media storica è 94. Un campanello d'allarme: si sta pagando un prezzo da perfezione per un'azienda che rallenta.
WARREN BUFFETT: LA LOGICA DEL "VALUE" CONTROCORRENTE
Uscendo dal caos di Burry osserviamo Warren Buffett, che procede con logica ferrea.
Ha acquistato 4,3 miliardi in Google, oggi sua decima posizione. Perché Google, nell’era dell’AI generativa? Perché Buffett guarda ai fondamentali: bilancio robusto, generazione di cassa, solidità.
Continua però a vendere Apple: ha ridotto la posizione di un altro 15%. Non perché non creda nell’azienda, ma perché oggi Apple è priced for perfection: lui la comprò a 16 volte gli utili, oggi ne costa 35.
BILL GATES VENDE LA SUA CREATURA: IL PROBLEMA DEL CAPEX
Il segnale più inquietante arriva da Bill Gates. La sua fondazione ha venduto massicciamente azioni Microsoft, la sua creatura, riducendole dal 27% al 13% del portafoglio.
Perché?
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CapEx esplosivo: Microsoft ha speso 35 miliardi in un trimestre per infrastrutture AI. I costi corrono più dei ricavi.
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Valutazione eccessiva: con un P/E di 36, il mercato scommette su una crescita infinita. Gates, forse, preferisce incassare mentre tutto è ai massimi.
SETH KLARMAN: HAMBURGER CONTRO MICROCHIP
In mezzo ai giganti, c’è l’enigmatico Seth Klarman, campione del Value Investing.
Ha raddoppiato la posizione in Restaurant Brands International (Burger King, Tim Hortons). Nessun chip, nessun robot. Solo panini.
Perché?
È un business capital light, con flussi di cassa prevedibili e royalty costanti. Con un P/E di 24 e un dividendo del 3,5%, Klarman ricorda che non si vive solo di futuro ipotetico, ma di rendimenti reali.
QUANDO LA MUSICA FINISCE
Il quadro dei 13F è frammentato: Buffett compra valore, Gates vende ai massimi, Klarman difende il rendimento, Burry smette di giocare.
Ma il messaggio è uno solo: prudenza.
Quando l’uomo che ha previsto la crisi del 2008 liquida il fondo e quando i fondatori vendono le proprie aziende ai massimi, qualche domanda dovrebbe sorgere anche agli investitori comuni.
Wall Street è un gioco di sedie musicali: finché c'è musica si balla; quando la musica finisce, chi resta senza sedia cade.
E oggi, la musica sembra girare a una velocità troppo pericolosa.