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Un cherubino col volto di Giorgia Meloni? C'è poco da ridere

 
Un cherubino col volto di Giorgia Meloni? C'è poco da ridere
Redazione
In un Paese in cui nessuno si prende una, che fosse una, responsabilità quando qualcosa va storto; dove si fanno improvvidi, irreali, irrispettosi paragoni tra tragedie (Niscemi e Vajont) che se si potesse fare una classifica del dolore; dove fare passerella è scelta obbligata, pur di non confrontarsi con i problemi, il fatto che, nel corso di un restauro, nella basilica romana di San Lorenzo in Lucina, l'originario volto di un cherubino sia stato sostituito con quello sorridente del presidente del consiglio, Giorgia Meloni, non è purtroppo cosa di cui sorprendersi.
Non sappiamo se ''Giorgia'', leggendo la notizia, data oggi da La Repubblica e subito ripresa da altri media, abbia sorriso o si sia indispettita per questo atto di smaccata piaggeria. 
Ma sicuramente è l'ennesimo episodio di un Paese che ha perso il contatto con la realtà, che non  è quella che viene raccontata dalla politica, ma dalla vita di tutti giorni, quando i problemi sono altri, spesso sfiorando il tema della sopravvivenza.

Un cherubino con il volto di Giorgia Meloni, quando la piaggeria diventa sistema

Eppure questa storia non deve passare nel silenzio, non può essere considerata un gradino della scala del degrado della società, senza per questo volere essere catastrofisti, ma cercando di interpretare come gli italiani, intesi come  Paese, vivano la loro quotidianità.
Perché la celebrazione di Giorgia Meloni - che, ripetiamo, forse non è gratificata dall'omaggio, certo non richiesto - fa capire come ormai l'Italia non abbia regole, dove chiunque ritiene di fare quel che vuole, sapendo che nessuno interverrà per sanzionarlo o punirlo.
La manina che ha cancellato il volto del cherubino e dipinto quello del presidente del consiglio ancora non ha ufficialmente un nome, ma poco importa perché quanto accaduto certifica che ormai tutto si può fare perché chi è preposto a che le cose vadano bene guarda da un'altra parte o, peggio, guarda e non fa nulla.
Ci chiediamo: ma, mentre il pittore dava le sue sapienti pennellate, dov'erano quelli che dovevano controllare? 
E i sacerdoti della basilica vivono talmente la loro dimensione ieratica da consentire a chicchessia di fare quel che più gli aggrada? 
In Italia, però, questa è ormai la prassi e non sorprende più di tanto. 
Oggi è toccato a Giorgia Meloni, che in passato ha avuto importanti predecessori. 
Come il grande mosaico che ancora oggi orna una parte della Stazione centrale di Messina e che celebra Benito Mussolini, in una delle sue pose più famose (mentre arringa il popolo). Ma in quel caso, l'opera - peraltro ritenuta artisticamente notevole, al di là di quel che ritrae - era stata commissionata e, conoscendo l'ottusa obbedienza al Partito e al Duce, puntigliosamente controllata da solerti funzionari nella fase di realizzazione.
Nella basilica di San Lorenzo in Lucina è successo ben altro, si è dato uno schiaffo alla storia e all'arte, e una carezza alla grande specializzazione dell'italico popolo: la piaggeria fatta assurgere a sistema di vita. 
Non sappiamo cosa accadrà; non sappiamo se le autorità ecclesiastiche avvieranno una inchiesta per capire chi ha fatto o non fatto cosa. Non sappiamo nemmeno se la parte politica avversa a Giorgia Meloni colga l'occasione per aprire una polemica.
Ma che qualcuno pensi che questo Paese consenta tutto è lo stigma di una società che non merita questo. 
Una vicenda che ricorda quanto succede quando cade una dittatura e il popolo si pensa che tutto quello che prima era vietato divenga possibile. E non è così. Nemmeno in Italia, dove siamo maestri nello svicolare, nel cercare le falle del sistema per fregarlo. Ma qui, con questa brutta storia, abbiamo imparato che al peggio non c'è veramente fine.