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Minori e social media: chi governa il digitale decide il futuro

 
Minori e social media: chi governa il digitale decide il futuro
di William Nonnis*

Il dibattito sull’accesso dei minori ai social media è entrato stabilmente nell’agenda delle politiche pubbliche. Non si tratta più soltanto di educazione digitale, ma di tutela dei diritti, salute psicologica, responsabilità delle piattaforme e capacità degli Stati di governare l’innovazione tecnologica.

Negli ultimi anni, diversi Paesi hanno introdotto o discusso limiti di età per l’accesso ai social network, partendo da una constatazione condivisa: l’esposizione precoce e non mediata alle piattaforme digitali può incidere in modo significativo sullo sviluppo dei minori, influenzando attenzione, relazioni sociali e benessere emotivo.

In Europa, il GDPR ha fissato una soglia di età compresa tra i 13 e i 16 anni, demandando agli Stati membri la scelta finale. L’Italia ha optato per i 14 anni, prevedendo il consenso dei genitori al di sotto di tale soglia. Questo modello, tuttavia, resta prevalentemente giuridico e familiare, senza un controllo tecnico effettivo dell’età.

Alcuni Paesi hanno scelto strade più incisive, andando oltre il perimetro del GDPR e intervenendo con leggi ed emendamenti ad hoc per affrontare i rischi legati all’accesso dei minori ai social media, non solo sul piano della protezione dei dati, ma anche rispetto all’esposizione a contenuti inappropriati e a dinamiche relazionali incontrollate.

La Francia ha introdotto il divieto di accesso ai social per i minori di 15 anni con una legge proposta nel 2022 e approvata nel 2023, accompagnandolo con l’obbligo per le piattaforme di verificare l’età degli utenti. La norma demanda a soggetti terzi certificati e all’autorità di regolazione il controllo sull’effettiva applicazione, oggi in fase di implementazione.

La Danimarca si è inserita nel dibattito europeo con una posizione politica esplicita. Nel 2023 il governo ha proposto di limitare l’accesso ai social ai minori di 15 anni, ma la proposta non si è ancora tradotta in una legge nazionale. Non esiste quindi un protocollo tecnico obbligatorio per la verifica dell’età, restando valido il quadro basato su consenso genitoriale e autodichiarazione.

Il Regno Unito, con l’Online Safety Act, proposto nel 2021 ed entrato in vigore tra il 2023 e il 2024, non fissa una soglia rigida uguale per tutti, ma impone alle piattaforme misure concrete e proporzionate per proteggere i minori da contenuti dannosi. In questo caso, la legge rende operativi protocolli di age assurance, lasciando flessibilità sulle soluzioni ma imponendo risultati verificabili.

L’Australia ha scelto una linea ancora più netta: la riforma proposta nel 2024 entrerà in attuazione nel 2025, vietando quasi totalmente l’accesso ai social agli under 16 e attribuendo alle piattaforme la responsabilità diretta di impedirlo. Pur senza prescrivere una tecnologia specifica, la norma richiede misure tecniche efficaci valutate dall’autorità competente.

Negli Stati Uniti, il quadro è diverso. Il Children’s Online Privacy Protection Act, proposto nel 1998 ed entrato in vigore nel 2000, non vieta l’accesso ai social sotto una certa età, ma tutela i dati personali dei minori di 13 anni, imponendo il consenso verificabile dei genitori. Anche in questo caso manca un protocollo tecnico uniforme per il controllo dell’età, con evidenti limiti applicativi.

Come emerge dagli esempi analizzati, il problema non è l’assenza di volontà legislativa, ma la difficoltà di tradurre le norme in strumenti tecnici realmente applicabili. Le grandi piattaforme digitali detengono infrastrutture e servizi che superano i confini nazionali, esercitando uno squilibrio di forza crescente nei confronti degli Stati.

Pensare di risolvere il problema esclusivamente attraverso nuove leggi rischia quindi di essere insufficiente. In un ecosistema digitale globale, è necessario affiancare alle norme soluzioni tecniche reali e ripensare l’approccio giuridico tradizionale, spesso inadatto a servizi che operano su scala planetaria.

La tutela dei minori online diventa così una cartina di tornasole della capacità degli Stati di governare il digitale. Senza una strategia tecnologica comune e senza incidere sui servizi, le norme rischiano di restare dichiarazioni di principio.

Nel digitale, chi controlla i servizi controlla anche le regole. E l’Europa, oggi, non controlla né gli uni né le altre. Senza un cambio di approccio che unisca visione normativa, soluzioni tecniche e sovranità tecnologica, il rischio è quello di restare uno spettatore pagante, con costi economici, sociali e culturali destinati a ricadere sui cittadini europei.

 

*Esperto Blockchain, Analista tecnico per la digitalizzazione e innovazione alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.