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Accordo Ue-Mercosur: la svolta italiana che isola la Francia e cambia il commercio tra Europa e Sudamerica

 
Accordo Ue-Mercosur: la svolta italiana che isola la Francia e cambia il commercio tra Europa e Sudamerica
Luca Lippi

Il destino dell’Europa è cambiato in una sala di Bruxelles – forse - quando l'Italia ha pronunciato un "sì" che ha rimescolato le carte della politica internazionale. La decisione di Giorgia Meloni di sostenere l’accordo commerciale con il Mercosur - il blocco che unisce Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay - non è solo un cambio di rotta diplomatica, ma il punto d'arrivo di una trattativa durata ben venticinque anni.

Accordo Ue-Mercosur: la svolta italiana che isola la Francia e cambia il commercio tra Europa e Sudamerica

Per capire perché oggi questo passo sia diventato inevitabile, dobbiamo guardare a una mappa del mondo che sta cambiando: a est la Russia e i costi energetici alle stelle, a ovest un’America che minaccia nuove tasse sulle nostre merci, e al centro una Cina che ci sorpassa nella produzione di auto elettriche e tecnologia verde. In questo scenario, l’Europa è passata dal pesare per un quarto dell’economia mondiale a un modesto 15 per cento, rendendo questo accordo non più una libera scelta, ma una manovra di pura sopravvivenza.

UN’ALLEANZA NATA DALLA NECESSITÀ E DAL RISPARMIO
La portata dell'intesa è impressionante: l'obiettivo è eliminare il 91 per cento delle tasse doganali - i cosiddetti dazi - che finora hanno ostacolato gli scambi. Parliamo di un movimento di merci che dovrebbe raggiungere i 126 miliardi di euro entro il 2026, permettendo alle aziende europee di risparmiare circa 4 miliardi di euro ogni anno. Questi sono soldi che oggi finiscono alle dogane straniere e che domani resteranno nelle tasche delle imprese, permettendo loro di essere più competitive o di avere profitti più alti.

La spinta verso questo patto ha creato alleanze quasi incredibili. In Sudamerica, abbiamo visto collaborare il presidente brasiliano Lula, storico leader della sinistra, e l’argentino Milei, un sostenitore del mercato libero più radicale che vorrebbe persino eliminare la banca centrale. Nonostante si detestino apertamente, entrambi hanno capito che l'accordo è un'ancora di salvezza: per il Brasile significa esportare prodotti agricoli senza barriere, per l’Argentina è l'accesso al mercato più ricco del mondo in un momento di crisi profonda. Anche negli Stati Uniti, curiosamente, non sono arrivate proteste da Donald Trump, nonostante i suoi alleati internazionali stiano stringendo patti proprio nel "giardino di casa" americano.

CHI VINCE E CHI PERDE
I vantaggi per il settore industriale sono immediati e concreti. Oggi esportare un’automobile in Brasile costa il 35 per cento in più a causa delle tasse; con il nuovo accordo, questo costo è destinato a sparire. È una boccata d'ossigeno per giganti come il gruppo Stellantis, che in Europa sta utilizzando solo un terzo della propria capacità produttiva e ha dovuto tagliare migliaia di posti di lavoro. Ma non sono solo le auto a festeggiare: i prodotti chimici vedranno scendere le tasse dal 18 per cento a zero, e i farmaceutici dal 14 per cento a zero.

Per l'Italia, c'è una vittoria specifica legata al prestigio. I nostri prodotti d’eccellenza, come il Parmigiano Reggiano, il Prosciutto di Parma o il Prosecco, saranno finalmente protetti dalle imitazioni locali. Questo significa che in Sudamerica non si potrà più vendere un formaggio "simil-italiano" usando i nostri nomi storici. Si apre così un mercato di 280 milioni di potenziali clienti che amano la qualità europea, trasformando un rischio in un’opportunità per chi produce beni di alto livello.

IL NODO AGRICOLO E IL PARADOSSO DELLE REGOLE
Se l'industria esulta, le campagne europee sono in rivolta, e le ragioni sono profonde. Non è solo una questione di quantità di merci - anche se l'accordo prevede l'arrivo di 99.000 tonnellate di carne bovina e grandi quote di pollame, zucchero e miele - ma di regole del gioco. Un agricoltore italiano deve rispettare norme severissime sull'ambiente e sulla salute degli animali, che comportano costi elevati. In Sudamerica, invece, è permesso l'uso di pesticidi vietati da noi da vent'anni perché dannosi per le api e per l'acqua.

Il rischio è quello di un "doppio standard": i nostri produttori devono correre una maratona seguendo regole rigide per tutto il percorso, mentre ai concorrenti stranieri viene chiesto solo di presentarsi al traguardo con un prodotto che sembri a norma. È un paradosso che colpisce anche l'ambiente. Sebbene il Brasile protegga per legge una percentuale di territorio superiore a quella della Francia, il legname che arriva dal disboscamento illegale dell'Amazzonia viene spesso acquistato proprio dai mercati europei. L'accordo, quindi, dovrebbe servire anche a uniformare queste regole, ma gli agricoltori temono che i tempi della burocrazia siano troppo lenti per salvarli dal fallimento.

LA STRATEGIA ITALIANA E L'INDEBOLIMENTO DELLA FRANCIA
L’Italia ha giocato un ruolo decisivo per sbloccare l’impasse. Fino a poco tempo fa, eravamo schierati con la Francia per bloccare il patto. Tuttavia, il governo ha cambiato posizione dopo aver ottenuto rassicurazioni importanti: 45 miliardi di euro di fondi agricoli europei disponibili in anticipo, un taglio alle tasse sui fertilizzanti che usano i nostri contadini e clausole di salvaguardia più forti. Queste clausole sono come un freno d’emergenza: se l’arrivo di prodotti stranieri dovesse mandare in crisi il nostro mercato, l’Europa potrebbe rimettere le tasse doganali in sei mesi.

Questo passaggio ha segnato anche una sconfitta storica per la Francia. Per settant’anni non è stata presa nessuna decisione importante a Bruxelles senza il consenso di Parigi. Questa volta, però, la Germania e l’Italia hanno tirato dritto, lasciando il presidente Macron isolato e dimostrando che gli equilibri di potere in Europa si sono spostati.

UN FUTURO ANCORA DA SCRIVERE
Nonostante l'entusiasmo dei mercati finanziari, che tendono a scommettere sul successo di queste operazioni prima ancora che avvengano, l’accordo non è ancora del tutto operativo. Esistono due binari: il primo è un patto puramente commerciale che potrebbe passare velocemente con il voto del Parlamento Europeo. Il secondo è un accordo politico più ampio che richiede la firma dei parlamenti di tutti i 27 paesi dell’Unione.

Quest’ultima è la parte più difficile: in passato, accordi simili con il Canada o Singapore sono rimasti bloccati per anni nelle burocrazie nazionali.
In definitiva, l’intesa con il Mercosur ci mette davanti a una scelta di campo. Da una parte c'è la protezione delle piccole aziende agricole che producono beni standard e che rischiano di sparire sotto il peso della concorrenza. Dall'altra c'è la necessità per l'Europa di non restare isolata e di assicurarsi minerali preziosi come il litio e il rame, fondamentali per le tecnologie del futuro. La distinzione fondamentale sarà tra chi produce "commodities" - cioè prodotti comuni e sostituibili - e chi punta sul "premium", ovvero l'eccellenza unica e certificata. In questa nuova era economica, solo chi saprà distinguersi potrà davvero beneficiare di un ponte gettato attraverso l’Atlantico.