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Guerre 2026: la mappa dei nuovi conflitti che minacciano un mondo sempre più instabile

 
Guerre 2026: la mappa dei nuovi conflitti che minacciano un mondo sempre più instabile
Luca Lippi

Il passaggio dal 2025 al 2026 non sembra aver portato la distensione sperata. Al contrario, il nuovo anno eredita una serie di tensioni globali che disegnano una mappa del mondo frammentata e pericolosa. Sebbene alcuni conflitti occupino stabilmente le prime pagine dei giornali, esistono molte altre "zone d’ombra" dove la violenza e l’instabilità rischiano di degenerare in scontri su larga scala. Per capire cosa ci aspetta, è necessario analizzare la situazione continente per continente, partendo dalle Americhe fino ad arrivare alle porte dell’Europa.

IL BIVIO DEL SUDAMERICA TRA PETROLIO E INSTABILITÀ

L’attenzione è rivolta in particolare al Venezuela. Nonostante i tentativi di rovesciare il regime di Nicolás Maduro, il potere sembra ancora saldamente nelle mani dei militari. In questo contesto emerge la figura di María Corina Machado, leader dell’opposizione e simbolo della resistenza democratica. Tuttavia, la sua posizione è diventata fragile. Gli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Trump, sembrano aver cambiato strategia: il timore è che una transizione guidata da una figura priva del sostegno delle forze armate possa trascinare il Paese in una sanguinosa guerra civile.

Il Venezuela oggi viene definito dagli analisti uno "Stato fallito", ovvero una nazione in cui il governo non riesce più a garantire i servizi minimi o la sicurezza, e la cui economia si regge quasi esclusivamente sull’estrazione del petrolio (la cosiddetta "economia estrattiva"). Invece di puntare tutto sulla democrazia, le grandi potenze sembrano ora preferire un approccio più pragmatico, cercando interlocutori all’interno del sistema attuale per garantire il flusso di greggio, mettendo in secondo piano le aspirazioni di libertà della popolazione.

Non va meglio in Argentina, dove l’esperimento economico del presidente Javier Milei ha portato a una situazione paradossale. Se da un lato l'inflazione - ovvero il continuo aumento dei prezzi che toglie valore al denaro - è stata frenata, dall'altro i tagli drastici alla spesa pubblica hanno messo in ginocchio i settori della sanità e dell'istruzione. Il rischio è che la povertà crescente diventi la miccia per rivolte sociali incontrollabili.

LA CRISI INTERNA DEGLI STATI UNITI E IL RIFLESSO GLOBALE

Spesso guardiamo agli Stati Uniti come alla potenza che deve risolvere i problemi del mondo, ma raramente ci accorgiamo che il Paese sta affrontando una crisi interna senza precedenti. La disuguaglianza sociale è ai massimi storici: mentre una ristrettissima cerchia di miliardari accumula ricchezze immense, una fetta enorme della popolazione non riesce più a permettersi una casa o le cure mediche. E’ il lato oscuro dell’ultraliberismo!

Questa sofferenza si manifesta in due modi drammatici: una diffusione spaventosa di droghe pesanti, come il fentanyl, e una polarizzazione politica estrema. Quando parliamo di polarizzazione, intendiamo la divisione della società in due fazioni opposte che non riescono più a dialogare, arrivando a considerare l’avversario un nemico da eliminare. Se gli Stati Uniti dovessero scivolare verso una forma di instabilità interna o violenza politica diffusa, le conseguenze per l’economia globale e per l’Europa sarebbero devastanti, dato che il nostro sistema dipende strettamente dai loro mercati e dalle loro decisioni.

L’AFRICA DIMENTICATA: IL DRAMMA DEL SAHEL E DEL SUDAN

Mentre l’Occidente è concentrato sui propri problemi, l’Africa sta vivendo alcune delle peggiori crisi umanitarie del secolo. Nel Sahel, la fascia di territorio che attraversa il continente sotto il deserto del Sahara, si susseguono colpi di stato guidati da giovani militari che rompono con il passato coloniale ma non garantiscono stabilità.

Il caso più tragico è quello del Sudan, teatro di una guerra civile che ha già causato 150.000 morti e coinvolto 30 milioni di persone. Si tratta della crisi più ignorata dal dibattito pubblico globale. Allo stesso modo, restano altissime le tensioni tra Etiopia ed Eritrea per il controllo delle rotte commerciali e dei porti, mentre nella Repubblica Democratica del Congo la lotta per il controllo delle preziose risorse minerarie continua a mietere vittime nell’indifferenza generale.

IL MEDIO ORIENTE E LA STRATEGIA DELL’EMERGENZA PERENNE

In Medio Oriente la pace sembra un traguardo sempre più lontano. La Striscia di Gaza resta un territorio devastato, dove la popolazione civile vive in condizioni disperate. In Israele, il governo guidato da Netanyahu sembra trovare nel mantenimento di uno stato di guerra costante lo strumento principale per restare al potere e giustificare scelte politiche controverse, come l’espansione degli insediamenti nei territori palestinesi.

Un segnale interessante arriva però dall’Iran. Le recenti proteste di piazza non nascono solo da istanze ideologiche, ma dalla fame. È la gente comune, colpita dal carovita, a scendere in strada perché non riesce più a sopravvivere. Questo tipo di protesta, che tocca lo stomaco delle persone prima ancora che le loro idee, è spesso la più difficile da reprimere per un regime.

L’ASIA E IL MITO DELL’INVINCIBILITÀ RUSSA

Spostandoci verso est, non possiamo dimenticare il Myanmar (l'ex Birmania), dove da anni è in corso una guerra civile brutale seguita a un colpo di stato militare. Sul fronte della Cina, il mondo osserva con ansia Taiwan. Sebbene Pechino continui a potenziare il suo esercito, resta l’incognita della sua reale capacità operativa: avere armi moderne non garantisce la vittoria se non si ha esperienza diretta sul campo di battaglia.

Infine, il conflitto tra Russia e Ucraina. Nel 2025, Mosca è riuscita a vincere una battaglia fondamentale: quella della propaganda. Ha convinto molti che la sua avanzata sia inarrestabile. Tuttavia, analizzando i dati reali, si scopre che le conquiste territoriali russe sono minime rispetto alle perdite umane colossali subite. Il problema principale resta però la tenuta dell’Ucraina, che si ritrova a combattere con meno aiuti da parte degli Stati Uniti e con una classe dirigente interna spesso segnata da scandali e lotte di potere.

Il 2026 si prospetta dunque come un anno in cui la stabilità mondiale sarà messa a dura prova. Senza un cambio di rotta nella diplomazia internazionale e una maggiore attenzione alle disuguaglianze sociali, il rischio è che queste crisi isolate finiscano per saldarsi in un unico, grande incendio globale.