Oggi è lunedì 19 gennaio 2026, terzo lunedì del mese, e come ogni anno da oltre vent’anni i social ci ricordano che sarebbe il Blue Monday, il “giorno più triste dell’anno”. Meme, messaggi, sconti speciali, newsletter motivate, tutti pronti a coccolarci mentre ci dicono che è normale sentirsi giù. Peccato che il Blue Monday sia nato come una trovata pubblicitaria di una compagnia di viaggi e che di scientifico non abbia assolutamente nulla. Nel 2005 Sky Travel chiese allo psicologo Cliff Arnall di elaborare una formula per individuare il giorno più deprimente dell’anno, mescolando in modo arbitrario debiti post feste, meteo grigio, calo di motivazione e sensazione di “ricominciare da capo”.
L’operazione funzionò, sembrava psicologia, era marketing. La formula non è mai stata validata, lo stesso Arnall ha ammesso negli anni la natura mediatica dell’idea. Eppure eccoci qui, nel 2026, ancora a parlare del “giorno più triste dell’anno” come se fosse una costante naturale del calendario. La verità è che il Blue Monday non racconta la scienza, racconta il nostro bisogno di dare un nome a un malessere diffuso per sentirlo meno personale e più condiviso. Dire “è il Blue Monday” significa in fondo dire “non sono solo, è normale stare così”.
Dalla finta ricorrenza al malessere reale. Salute mentale, marketing emotivo e il prezzo di una società sempre performante
Funziona perché intercetta un clima emotivo reale, stanchezza, tristezza, malinconia, fatica, e lo trasforma in rituale collettivo. Ma qui si apre il primo paradosso. Mentre trasformiamo la tristezza in meme, i dati sulla salute mentale ci sbattono in faccia una realtà molto meno instagrammabile. Secondo le stime internazionali, circa il 5% della popolazione soffre di disturbo affettivo stagionale, una forma di depressione legata proprio ai mesi invernali. E in Italia, i dati dell’Istituto Superiore di Sanità relativi al biennio 2023-2024 raccontano che oltre il 6% degli adulti e circa il 9% degli over 65 riferisce sintomi depressivi, con benessere psicologico compromesso per più della metà dei giorni di un mese. Solo il 65% di chi sta male ha chiesto aiuto a medici o operatori sanitari.
Il resto resta in silenzio, spesso solo. In questo contesto, continuare a giocare con il “giorno più triste dell’anno” rischia di essere più cinico che leggero. Il Blue Monday normalizza il malessere, ma lo depoliticizza, lo riduce a mood, a hashtag e in molti casi a sfondo emotivo per campagne commerciali. Non chiede perché così tante persone stanno male, né chi paga il prezzo di un’organizzazione sociale che consuma energie psicologiche come se fossero inesauribili. Gennaio non è solo una “vibe”, è un mese in cui convergono fine delle feste, rientro in lavori spesso precari o iper-stressanti, conti che non tornano, solitudine di chi non ha una rete affettiva solida. È il punto in cui il “ricatto del tempo”, quello fatto di produttività, instancabilità, reperibilità continua e culto della performance, presenta il conto.
Qui entra in gioco il ruolo dei racconti. Dal punto di vista del neuromarketing, dare un nome a uno stato d’animo crea una scorciatoia mentale potente, rende l’emozione riconoscibile, condivisibile e quindi sfruttabile. Il Blue Monday è perfetto, semplice da ricordare, facile da visualizzare (il blu della tristezza, da Chaucer a Inside Out, fino ai “feeling blue” inglesi e agli “avoir le blues” francesi), immediatamente utilizzabile da brand e aziende. In Turchia lo chiamano “pazartesi sendromu”, in Francia rispondono “Comme un lundi”, nei Paesi anglosassoni si parla di “a case of the Mondays”, in Spagna del “día de bajón”. Ovunque, il lunedì è un simbolo di fatica. Non avevamo bisogno di una formula per capirlo, bastava guardare come lavoriamo e come viviamo. Il problema è come usiamo tutto questo. Negli ultimi anni il Blue Monday è diventato il palcoscenico ideale per un certo tipo di emotional marketing, offerte “anti-tristezza”, pacchetti benessere, promozioni lampo su viaggi, abbonamenti in palestra, app di meditazione, integratori “per l’umore”.
Nulla di male in sé, prendersi cura di sé è fondamentale, ma la linea tra cura e sfruttamento è sottile. Quando la malinconia stagionale diventa una leva per vendere, il rischio è banalizzare emozioni complesse e trasformare la sofferenza in opportunità commerciale. La malinconia non è un trend. La depressione non è un concept creativo. Eppure continuiamo a trattarle così. Parliamo di Blue Monday, ma tacciamo di fronte ai numeri dell’ISS su chi vive in povertà, alle donne più esposte ai disturbi depressivi, agli anziani soli, a chi convive con patologie croniche, a chi non può permettersi uno psicologo privato e resta intrappolato in liste d’attesa interminabili. È qui che il Blue Monday dovrebbe smettere di essere un meme e diventare un atto di accusa. Non contro chi si sente giù oggi, quello è umano, ma contro un sistema che considera il disagio psichico un costo accessorio, da gestire con campagne di sensibilizzazione una volta l’anno, mentre nel quotidiano continua a premere sull’acceleratore dei ritmi lavorativi, della competizione e della solitudine urbana. In queste settimane, non a caso, si registra un boom di richieste di aiuto psicologico. Passate le luci di Natale, restano pioggia, buio, conti da pagare e relazioni spesso fragili. Anche la sfera intima ne risente. Come ricorda il sessuologo Emmanuele A. Jannini, un umore compromesso incide sul desiderio e sulle prestazioni sessuali. Ma invece di aprire un confronto serio su come riorganizzare tempi di lavoro, welfare, accesso alle cure, ci limitiamo a “gestire” il malessere con qualche consiglio light: più cioccolato, più triptofano, qualche goccia di agrumi essenziali per profumare l’ambiente, un integratore di spirulina e via. Funziona per un po’, certo. Ma è come spruzzare deodorante in una stanza in cui c’è una perdita di gas. Profumi l’aria, non risolvi il problema. Se il Blue Monday ha ancora un senso, dovrebbe essere quello di una giornata in cui spostiamo il fuoco dalle “strategie di sopravvivenza” individuali alle responsabilità collettive. Vogliamo davvero continuare a vivere in una società in cui ci sentiamo in colpa se siamo stanchi, inadeguati se non siamo sempre produttivi, deboli se chiediamo aiuto? O vogliamo trasformare questo lunedì in una specie di referendum simbolico sul nostro rapporto con il tempo, con il lavoro, con il prossimo e soprattutto con il benessere mentale? Immaginiamo un Blue Monday diverso, non l’ennesima occasione per vendere qualcosa, ma il giorno in cui si discute seriamente di diritto alla disconnessione, di orari umani, di scuole che insegnino anche l’alfabeto emotivo e di un sistema sanitario che consideri la psicoterapia una cura essenziale, non un lusso per pochi.
Un giorno in cui i decisori politici siano chiamati a rispondere, non con un tweet empatico, ma con riforme e servizi. Perché, alla fine, la vera domanda è scomoda: chi ci guadagna se continuiamo a credere che sia colpa del lunedì, del meteo o del mese di gennaio? Finché penseremo che il problema sia un giorno “più triste degli altri”, non guarderemo mai in faccia il ricatto quotidiano di un tempo colonizzato da notifiche, scadenze, pressioni silenziose e aspettative impossibili. Oggi possiamo scegliere. Possiamo limitarci a postare un meme con scritto “Blue Monday” e aspettare che passi. Oppure possiamo usare questo 19 gennaio 2026 per dire che non ci stiamo più e che la tristezza non è una campagna, che il nostro tempo non è solo un contenitore di produttività, che la salute mentale è una questione politica prima ancora che individuale. Forse il Blue Monday non è il giorno più triste dell’anno. Potrebbe essere, se lo vogliamo, il giorno in cui smettiamo di accettare come normale un sistema che ci preferisce stanchi e demotivati. Il giorno in cui decidiamo che non saremo più solo “feeling blue”, ma pronti a ridipingere questo lunedì, e quelli che verranno, con colori scelti da noi.