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La satira senza bersaglio è solo rumore, Charlie Hebdo e il corto circuito del linguaggio contemporaneo

 
La satira senza bersaglio è solo rumore, Charlie Hebdo e il corto circuito del linguaggio contemporaneo
di Walter Rodinò

Una vignetta di Charlie Hebdo è bastata, ancora una volta, ad accendere il dibattito pubblico. Questa volta non per una provocazione astratta o simbolica, ma per aver messo in scena una tragedia recente e ancora aperta nel dolore, l’incendio di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, costato la vita a quaranta persone, tra cui sei giovanissimi italiani. Il disegno, firmato da Salch, gioca su un cortocircuito linguistico e culturale: “Les brûlés font du ski”, calco macabro di un titolo cult della commedia francese, “Les Bronzés font du ski”. L’effetto è immediato e divisivo. Non perché la satira non possa ferire, ma perché qui sembra aver smarrito il suo bersaglio. Il punto non è stabilire se la satira “può” farlo. La satira, per definizione, può tutto. Il punto è chiedersi che cosa sta diventando il linguaggio della comunicazione quando perde il tempo dell’elaborazione e vive solo nell’istante della reazione. La vignetta è stata pubblicata nel giorno del lutto nazionale svizzero. Non un dettaglio, ma un segno dei tempi. Nella comunicazione iperaccelerata il contesto non è più una cornice, è un ostacolo. Ciò che conta è colpire e soprattutto essere visti prima ancora che compresi. Le reazioni indignate sui social non sono state semplici ondate emotive. Hanno messo a nudo una frattura profonda. Tra queste, la voce di Julie Bourges, sopravvissuta a gravi ustioni in adolescenza, ha rotto il rumore di fondo, non una censura, ma un richiamo alla decenza. Una parola che oggi suona quasi arcaica, come se appartenesse a un lessico dismesso. Eppure è proprio qui che si gioca la partita del nostro tempo.

La comunicazione ha perso verticalità morale mentre ha guadagnato una velocità orizzontale senza precedenti. L’immagine e il meme non chiedono più mediazione culturale. Non cercano un dialogo, cercano una reazione. È il passaggio definitivo dalla parola che costruisce senso alla parola-urto, dall’ironia come strumento critico all’ironia come scorciatoia algoritmica. In questo schema, la tragedia non è più un limite invalicabile, ma un contenuto come un altro, pronto a essere rielaborato, remixato, consumato. La satira storicamente “punches up”, colpisce il potere e lo ridicolizza per restituire dignità a chi non ne ha.

Qui, invece, il colpo scende verso il basso, su corpi feriti, su vittime reali, su famiglie che non hanno ancora seppellito il dolore. Non è un problema di libertà d’espressione. È un problema di responsabilità del linguaggio in un’epoca che ha smesso di distinguere tra comunicare e performare. Non a caso, anche la reazione politica e istituzionale ha amplificato il dibattito, con la condivisione della lettera di Bourges da parte del presidente Emmanuel Macron. Un gesto che segnala quanto il confine tra sfera simbolica e sfera pubblica sia ormai poroso. Oggi una vignetta non resta una vignetta, diventa atto politico e materia di scontro identitario. La questione allora, non è Charlie Hebdo. Il vero nodo siamo noi. Una società che ha trasformato l’accelerazione in valore e l’oltraggio in linguaggio standard. Dove l’assenza di filtri non è più sinonimo di autenticità, ma di impoverimento semantico. Dove l’ironia non eleva e non denuncia, ma scivola e consuma. E qui sta il paradosso finale, in un mondo che parla senza sosta, stiamo dicendo sempre meno. Se tutto è satira, nulla lo è davvero. Se tutto è lecito, nulla è più significativo. La vera provocazione, oggi, non è offendere. È fermarsi. È scegliere il silenzio quando la parola rischia di diventare violenza gratuita. È recuperare un linguaggio che sappia ancora distinguere tra il diritto di dire tutto e il dovere di capire quando non farlo.

Perché una società non si misura da quanto riesce a spingersi oltre il limite, ma da quanto è ancora capace di riconoscerlo. E se perdiamo anche questo, non sarà una vignetta a farci discutere, ma il vuoto che avremo imparato a chiamare comunicazione.