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La finanza festeggia la pace, il mondo no. La strana contraddizione tra i mercati e il mondo reale

 
La finanza festeggia la pace, il mondo no. La strana contraddizione tra i mercati e il mondo reale
di Walter Rodinò

A guardare la Borsa, sembrerebbe che la pace sia esplosa all’improvviso in ogni angolo del pianeta. I titoli azionari delle società della difesa stanno crollando, come se la domanda globale di armamenti fosse destinata a evaporare da un momento all’altro. Gli investitori vendono, gli algoritmi correggono e le quotazioni inesorabilmente scendono. Il mercato sta raccontando la storia di un mondo finalmente pacificato. Peccato che, appena si alzi lo sguardo dal monitor, questa “pace finanziaria” evapori al primo sguardo alle notizie. Mentre i grafici delle società della difesa si tingono di rosso, Kyiv sopravvive sotto le bombe a –20°, con gas razionato e appena tre ore di luce ogni due giorni. Le infrastrutture continuano a essere colpite, i civili continuano a morire, e lo stesso Cremlino, per bocca di Dmitrij Peskov, parla di un percorso “difficile e lungo” verso qualunque ipotesi di accordo.

Tutto questo stride con l’aria frizzante che si respira nelle sale di trading, dove la contrazione dei titoli della difesa viene letta come un segnale di distensione. Nel frattempo, in Iran si consuma quella che alcune fonti di intelligence definiscono la notte più sanguinosa della Repubblica islamica. Migliaia di manifestanti uccisi in poche ore, sangue, comunicazioni interrotte, cecchini sui tetti, camion con mitragliatrici puntati sulla folla. Le stime ufficiose parlano fino a 30.000 morti, un’ecatombe che alcuni analisti paragonano alla tragedia di Babyn Yar del 1941. Eppure, sui listini internazionali, il sentiment rimane ispirato a un’idea di normalizzazione imminente. La stessa apparente tranquillità dei mercati contrasta con le tensioni in Medio Oriente.

Crollano i titoli della difesa mentre le guerre continuano, quando le Borse raccontano un mondo che non esiste.

Il governo israeliano ha incontrato i vertici del Comando centrale degli Stati Uniti per definire strategie difensive in vista di una possibile azione americana contro l’Iran. Washington ha già dispiegato una portaerei, sottomarini, decine di caccia e sistemi di difesa missilistica, mentre le Guardie Rivoluzionarie iraniane pubblicano foto minacciose della USS Abraham Lincoln intimando agli Stati Uniti di non avvicinarsi. Perché la finanza si comporta come se tutto questo non stesse accadendo? Forse perché i mercati leggono più le aspettative che i fatti. Forse perché ogni rumor di negoziato, anche il più fragile, scatena corse al ribasso sulle aziende che operano nella difesa come se la pace fosse dietro l’angolo. O, più semplicemente, perché l’economia globale ha bisogno di costruirsi un racconto rassicurante, anche quando la cronaca lo smentisce.

Ed è in questo scarto, tra ciò che accade nel mondo reale e ciò che “raccontano” le quotazioni, che nasce la più grande contraddizione di questo inizio 2026. Le Borse stanno celebrando una pace che non c’è. Le capitali bombardate e le repressioni sanguinose raccontano invece un mondo più instabile che mai. E mentre a Davos si è discusso di cooperazione globale, sviluppo sostenibile e futuro del pianeta, le piazze finanziarie sembrano vivere in una dimensione parallela, quella dove basta un trend ribassista sui titoli della difesa per dichiarare la fine dei conflitti. Ma la pace non è un grafico, non è una correzione tecnica. La pace è un fatto, un processo, un risultato politico, umano, culturale. E finché le esplosioni illumineranno la notte di Kyiv, finché le piazze iraniane saranno coperte di sangue, ogni crollo borsistico delle aziende della difesa sarà solo un’illusione temporanea. Un abbaglio finanziario. Che tranquillizza i mercati, ma non il mondo. Perché se è vero che la finanza spesso anticipa il futuro, questa volta sembra essersi spinta troppo avanti, perché ha prezzato una pace che nessuno sta davvero vivendo.