A guardare la Borsa, sembrerebbe che la
pace sia esplosa all’improvviso in ogni angolo del pianeta. I titoli
azionari delle società della difesa stanno crollando, come se la domanda
globale di armamenti fosse destinata a evaporare da un momento
all’altro. Gli investitori vendono, gli algoritmi correggono e le
quotazioni inesorabilmente scendono. Il mercato sta raccontando la
storia di un mondo finalmente pacificato. Peccato che, appena si
alzi lo sguardo dal monitor, questa “pace finanziaria” evapori al primo
sguardo alle notizie. Mentre i grafici delle società della difesa si
tingono di rosso, Kyiv sopravvive sotto le bombe a –20°, con gas
razionato e appena tre ore di luce ogni due giorni. Le infrastrutture
continuano a essere colpite, i civili continuano a morire, e lo stesso
Cremlino, per bocca di Dmitrij Peskov, parla di un percorso “difficile e
lungo” verso qualunque ipotesi di accordo.
Tutto questo stride con
l’aria frizzante che si respira nelle sale di trading, dove la
contrazione dei titoli della difesa viene letta come un segnale di
distensione. Nel frattempo, in Iran si consuma quella che alcune fonti
di intelligence definiscono la notte più sanguinosa della Repubblica
islamica. Migliaia di manifestanti uccisi in poche ore, sangue,
comunicazioni interrotte, cecchini sui tetti, camion con mitragliatrici
puntati sulla folla. Le stime ufficiose parlano fino a 30.000 morti,
un’ecatombe che alcuni analisti paragonano alla tragedia di Babyn Yar
del 1941. Eppure, sui listini internazionali, il sentiment rimane
ispirato a un’idea di normalizzazione imminente. La stessa apparente
tranquillità dei mercati contrasta con le tensioni in Medio Oriente.
Crollano i titoli della difesa mentre le guerre continuano, quando le Borse raccontano un mondo che non esiste.
Il
governo israeliano ha incontrato i vertici del Comando centrale degli
Stati Uniti per definire strategie difensive in vista di una possibile
azione americana contro l’Iran. Washington ha già dispiegato una
portaerei, sottomarini, decine di caccia e sistemi di difesa
missilistica, mentre le Guardie Rivoluzionarie iraniane pubblicano foto
minacciose della USS Abraham Lincoln intimando agli Stati Uniti di non
avvicinarsi. Perché la finanza si comporta come se tutto questo non
stesse accadendo? Forse perché i mercati leggono più le aspettative che i
fatti. Forse perché ogni rumor di negoziato, anche il più fragile,
scatena corse al ribasso sulle aziende che operano nella difesa come se
la pace fosse dietro l’angolo. O, più semplicemente, perché l’economia
globale ha bisogno di costruirsi un racconto rassicurante, anche quando
la cronaca lo smentisce.
Ed è in questo scarto, tra ciò che accade nel
mondo reale e ciò che “raccontano” le quotazioni, che nasce la più
grande contraddizione di questo inizio 2026. Le Borse stanno celebrando
una pace che non c’è. Le capitali bombardate e le repressioni sanguinose
raccontano invece un mondo più instabile che mai. E mentre a Davos si è
discusso di cooperazione globale, sviluppo sostenibile e futuro del
pianeta, le piazze finanziarie sembrano vivere in una dimensione
parallela, quella dove basta un trend ribassista sui titoli della difesa
per dichiarare la fine dei conflitti. Ma la pace non è un grafico, non è
una correzione tecnica. La pace è un fatto, un processo, un risultato
politico, umano, culturale. E finché le esplosioni illumineranno la
notte di Kyiv, finché le piazze iraniane saranno coperte di sangue, ogni
crollo borsistico delle aziende della difesa sarà solo un’illusione
temporanea. Un abbaglio finanziario. Che tranquillizza i mercati, ma non
il mondo. Perché se è vero che la finanza spesso anticipa il futuro,
questa volta sembra essersi spinta troppo avanti, perché ha prezzato una
pace che nessuno sta davvero vivendo.