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Giovani, scuola e futuro: l’Italia dei “processi formativi” nello specchio del 59° Rapporto Censis

 
Giovani, scuola e futuro: l’Italia dei “processi formativi” nello specchio del 59° Rapporto Censis
Redazione
Se quasi sette ragazzi su dieci promuovono la scuola, uno su tre lancia un segnale d’allarme. Nel capitolo “Processi formativi” del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025 emerge un sistema educativo che regge, ma che fatica a convincere proprio chi dovrebbe prepararne il domani, e cioè gli adolescenti. Tra i 16 e i 19 anni, il 28,3% dei giovani ritiene che la scuola non li prepari adeguatamente al futuro, quota che sale al 32,7% tra i 18-19enni, alla vigilia della maturità e delle prime scelte decisive. La maggioranza continua a riconoscere alla scuola una funzione formativa, il 53,3% parla di preparazione “sufficiente” e il 18,4% di preparazione “adeguata”, ma la frattura con la componente più critica appare profonda.

Giovani, scuola e futuro: l’Italia dei “processi formativi” nello specchio del 59° Rapporto Censis

Tra i ragazzi insoddisfatti si fa strada una rappresentazione della scuola come luogo scollegato dalla “vita vera”, il 74,6% pensa che la realtà autentica sia fuori dall’aula, il 57,8% non ritiene che la scuola li aiuti a capire meglio il mondo e il 53,0% non la considera una “palestra di vita”. Ne deriva un corto circuito pericoloso, con oltre un quarto degli insoddisfatti (26,1%) che non crede di stare costruendo a scuola le basi del proprio futuro, e il 27,2% che dubita sul fatto che studiare possa davvero consentire di raggiungere i propri obiettivi. Dove la scuola non viene percepita come ascensore sociale, cresce il disorientamento verso un futuro incerto.

Eppure, i giovani non si limitano alla denuncia, ma avanzano richieste precise. Più della metà (56,1%) vorrebbe indicazioni pratiche su come muoversi nel mondo del lavoro, il 41,9% chiede una didattica più innovativa e lezioni dinamiche, il 31,1% reclama programmi scolastici più aderenti alla realtà contemporanea. Spicca anche il bisogno di educazione affettiva e sessuale, espresso dal 34,7% degli studenti, e la domanda di strumenti per difendersi nel mondo digitale. Il 19,0% vorrebbe insegnamenti dedicati al riconoscimento di fake news e truffe online. È il tentativo, lucido, di allargare il perimetro dell’istruzione dalle discipline tradizionali alle competenze per la vita.

In questo contesto si inserisce il capitolo dell’intelligenza artificiale. Il 72,0% degli studenti delle scuole superiori utilizza l’IA per lo studio o nella vita personale, e oltre la metà (53,1%) dichiara di avere almeno un docente favorevole al suo impiego in classe. Nel 33,8% dei casi gli insegnanti la usano già come supporto all’apprendimento. L’IA non è più uno scenario futuribile, ma un alleato quotidiano che gli studenti percepiscono come competenza chiave per il domani, il 72,0% ritiene che il suo uso esperto debba diventare oggetto di insegnamento sistematico.

I ragazzi ne colgono il potenziale, con il 59,2% di loro che pensa che velocizzi alcune fasi dell’apprendimento consentendo di approfondire i temi più complessi, mentre il 53,9% che afferma che li ha aiutati a sviluppare un metodo di studio, nuove idee o modi originali di affrontare i compiti. Non c’è però un abbandono critico alla tecnologia, infatti il 71,7% dichiara di controllare sempre i contenuti generati dall’IA, consapevole dei possibili errori. E affiora anche una tensione nuova, il 46,0% prova frustrazione quando altri studenti ottengono buoni voti “grazie” all’IA, segno di un conflitto tra merito percepito e strumenti digitali.

L’uso che gli studenti immaginano dell’IA racconta molto delle loro aspettative. La maggioranza la vorrebbe per spiegazioni personalizzate su ciò che non capisce (43,5%) e per esercitarsi con quiz, verifiche e simulazioni (42,9%). Il 31,9% la considera un supporto alla scrittura, mentre solo il 13,5% la vede come scorciatoia per svolgere in fretta i compiti e “liberare tempo”. Più che una macchina per copiare, insomma, molti la percepiscono come un tutor digitale.

Sul versante della transizione istruzione-lavoro, il Rapporto Censis descrive un progresso importante ma ancora incompiuto. Tra il 2019 e il 2024 la quota di Neet (18-29 anni che non studiano e non lavorano) è scesa dal 25,9% al 18,4%, una riduzione di 7,5 punti percentuali. Eppure l’Italia resta sopra la media Ue (13,2%). L’evoluzione è positiva sia tra i 18-24enni (dal 23,0% al 16,2%) sia tra i 25-29enni (dal 29,6% al 21,5%), ma il confronto con i Paesi più virtuosi è impietoso: Paesi Bassi, Malta, Svezia, Slovenia, Danimarca, Irlanda, Austria e Germania registrano quote di Neet non superiori al 10%.

La chiave sta nella contaminazione tra studio e lavoro. Nei Paesi del Nord Europa, dove è più consolidata la possibilità di studiare e lavorare insieme, i Neet sono meno. I Paesi Bassi guidano la classifica con il 56,1% dei 18-24enni impegnati contemporaneamente in formazione e occupazione, seguono Danimarca, Germania, Irlanda, Finlandia, Svezia e Austria. All’estremo opposto, la Romania, con il 4,4%, e subito prima l’Italia con appena il 5,7% di giovani che conciliano studio e lavoro, superata perfino dalla Grecia. Dove i ragazzi sono messi in condizione di apprendere sul posto di lavoro, l’ingresso nell’occupazione risulta più fluido e il bacino dei Neet si riduce.

Sul fronte universitario, il sistema italiano mostra segnali di vitalità, ma anche forti squilibri territoriali. Nell’anno accademico 2024-2025 le immatricolazioni sono aumentate del 5,3%, con la crescita più robusta negli atenei del Centro (+14,0%), seguiti da quelli del Mezzogiorno (+6,1%) e del Nord-Est (+2,0%). Nel Nord-Ovest, invece, si registra una lieve contrazione (-0,9%). La scelta dell’università è sempre più condizionata dalla sostenibilità economica per le famiglie, e questo incide sulla mobilità studentesca, dopo il picco del 2021-2022 (21,6% di immatricolati fuori regione), la quota è scesa progressivamente fino al 17,6% nel 2024-2025.

Gli atenei del Nord-Est restano i più attrattivi, con un saldo positivo del 10,9% tra chi arriva da altre regioni e chi parte, seguiti dal Centro (+8,2%) e dal Nord-Ovest (+2,6%), ma tutti con valori inferiori al 2019-2020. Nel Mezzogiorno il saldo rimane negativo, pur in miglioramento: da -23,8% a -15,8%. A livello regionale spicca l’Emilia-Romagna (+26,3%), seguita da Umbria (+18,0%), Lazio (+11,2%), Trentino Alto Adige, Toscana, Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Piemonte. La geografia universitaria italiana si sta ridefinendo, con poli più attrattivi ma studenti più “vincolati” dai costi, meno mobili e più ancorati ai territori di origine.

Infine, il Rapporto affronta il nodo dell’apprendimento permanente, ormai imprescindibile nelle economie avanzate. Tra il 2020 e il 2024 la partecipazione degli adulti (25-64 anni) a percorsi formali e non formali è salita dal 7,1% al 10,4%, ma la distanza dalla media Ue (13,5%) resta ampia. Ancora più preoccupante è la situazione sui dodici mesi. Italia e Ue sono lontane dall’obiettivo 2030 del 60% di adulti coinvolti in attività formative, ferme rispettivamente al 20,9% e al 28,5%. Solo la Svezia ha già superato la soglia, Danimarca, Estonia e Finlandia vi si avvicinano, mentre l’Italia scivola in coda, davanti solo a pochi Paesi come Germania, Polonia, Romania, Croazia, Grecia e Bulgaria.

In Italia, quel 20,9% è composto da appena l’8,2% di adulti con al massimo la licenza media, il 20,9% di diplomati e il 39,8% di persone con titolo terziario. In altri termini, chi ha più familiarità con lo studio continua a formarsi, mentre chi avrebbe maggior bisogno di aggiornare le competenze resta ai margini. È la trappola delle disuguaglianze educative, i processi formativi, in tutte le età, rischiano di rafforzare le distanze anziché colmarle.

Il 59° Rapporto Censis racconta, in sostanza, una scuola che tiene ma deve reinventarsi, un’IA che i ragazzi vogliono come alleato educativo, un sistema universitario in trasformazione, un mercato del lavoro che chiede giovani preparati e adulti in continua formazione. Il Paese dovrà trasformare queste tendenze in politiche che riducano le fratture e rendano la formazione, davvero, il motore condiviso del futuro.