Ultimamente l’intelligenza artificiale ha superato il ruolo di mero strumento di supporto alle attività umane e si è trasformata progressivamente in un vero e proprio ambiente relazionale, non limitandosi più a ottimizzare processi o a facilitare l’accesso alle informazioni, ma proponendosi come spazio entro cui le persone agiscono, si confidano e proiettano emozioni in cerca di risposte che sono sempre appartenute, finora, alla sfera dell’incontro umano.
Ed è in questo passaggio cruciale che si colloca una discontinuità antropologica rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche, perché le macchine non mediano più la comunicazione tra individui, ma assurgono a sistemi intelligenti, sofisticati e predittivi, capaci di intercettare bisogni affettivi profondi, presentandosi come surrogati relazionali.
Il cambiamento radicale non riguarda la presenza pervasiva della tecnologia nella vita quotidiana, già nota, ma il suo ingresso diretto nell’ambito dell’intimità, tradizionalmente riservato alla reciprocità, all’alterità e all’esposizione all’altro che rende ogni incontro umano imprevedibile, esigente e trasformativo. In questo modo l’intelligenza artificiale introduce una pericolosa discontinuità antropologica, proponendo forme di interazione sintetica che mantengono la prossimità emotiva senza richiedere confronto, limite o la possibilità di essere messi in discussione.
Chatbot e agenti conversazionali hanno superato la soglia della mera funzionalità operativa, diffondendosi grazie alla loro estrema accessibilità e alla capacità di simulare empatia, offrendo ascolto continuo, assenza di giudizio e disponibilità illimitata. Proprio queste caratteristiche li rendono più attraenti delle relazioni umane, intrinsecamente imperfette, esigenti e fondate sulla negoziazione reciproca. A differenza dei legami reali, l’interazione con la macchina non impone limiti, non richiede trasformazione né espone al rifiuto: relazioni a bassa frizione e ad alta gratificazione, progettate per eliminare l’attrito che caratterizza ogni autentico rapporto umano.
L’altamente rischiosa direzione che l’umanità sta prendendo, con l’uso prolungato e intensivo di questi modelli conversazionali - che, ricordiamolo, non sono intelligenti, ma semplicemente addestrati tramite dati – mostra una dannosa parabola ascendente nelle preferenze di relazioni digitali rispetto a quella reali, ovunque sia presente una connessione di rete.
Soppiantare la crescita dell’individuo, che nasce dall’autenticità e dal confronto reciproco in un complesso percorso di consapevolezza emotiva, a favore di una pseudo relazione di prevedibilità, costruita ad personam su ogni utente, rischia di “slegare” nel profondo la società, da sempre fondata sulla partecipazione, sulla condivisione e sul mutuo soccorso. Le interazioni con l’intelligenza artificiale possono assumere infatti la forma di legami parasociali automatizzati, nei quali l’utente attribuisce alla macchina intenzionalità, comprensione e, talvolta, persino coscienza. La relazione artificiale viene così vissuta come personale e significativa, pur restando strutturalmente priva di reciprocità. Il tempo dedicato a queste interazioni diventa allora un indicatore critico: all’aumentare dell’intensità del rapporto con l’IA, tende a ridursi lo spazio riservato alle relazioni umane autentiche, con effetti particolarmente incisivi sugli individui più fragili e vulnerabili.
Piuttosto che muovere la ricerca individuale nella costruzione di legami complessi, l’interazione digitale diventa uno spazio di rifugio immune dal conflitto, dalla frustrazione e dalla delusione, normalizzando e rafforzando la solitudine, che si trasforma in una langa perfettamente abitabile.
Il paradosso insito in questo cambio di paradigma culturale è che la tecnologia, da sempre strumento per l’adattamento e il miglioramento della condizione umana, finisca per isolare l’uomo dal suo simile, inducendolo a tradire la radice prima della sua essenza, in favore di una dipendenza inconsapevole da algoritmi, bit e byte.
L’ideale di “uomo al centro”, che avrebbe dovuto guidare un’innovazione tecnologica orientata al benessere umano, appare oggi compromesso da un diktat tecnocratico in cui le grandi piattaforme digitali esercitano un’influenza crescente sulle dinamiche sociali, spostando l’asse del potere dall’individuo agli ecosistemi computazionali.
Perché l’inedita dinamica di dipendenza emotiva non può essere compresa senza considerare i modelli economici che governano tali tecnologie. Le piattaforme non sono neutrali, ma progettate per massimizzare l’engagement, trasformando il bisogno umano di relazione in una variabile strategica di business. L’intelligenza artificiale non si limita a rispondere a una domanda sociale preesistente, ma contribuisce attivamente a plasmarla, incentivando forme di attaccamento che trattengono l’utente all’interno dell’ecosistema digitale.
In questo scenario, il confine tra supporto emotivo e sfruttamento dell’emotività diventa sempre più sottile, fino a subordinare il benessere relazionale alle logiche del profitto. La questione è dunque antropologica prima ancora che tecnologica e richiede particolare attenzione verso le nuove generazioni, abitanti di un futuro prossimo a cui si rischia di consegnare un’umanità priva di alterità, con esperienze relazionali senza rischi e, proprio per questo, senza crescita.
In tal senso, l’intelligenza artificiale diventa specchio di una fragilità già presente nella società contemporanea: la difficoltà di sostenere la complessità del legame, il tempo lungo della relazione e la responsabilità che l’incontro con l’altro comporta. Per questo non si tratta di insegnare alle macchine a simulare sempre meglio l’umano, ma di sostenere gli esseri umani nel riconoscere il valore insostituibile della relazione reale, con tutte le sue imperfezioni e i suoi limiti.
Con una governance consapevole e una solida educazione all’uso dell’intelligenza artificiale, è necessario addestrare le macchine non alla simulazione sempre più performante dell’umano, ma a sostenere gli esseri umani nel riconoscere il valore insostituibile della relazione reale, con tutte le sue imperfezioni e i suoi limiti. È su questo terreno che si gioca la partita sostanziale per il #buonfuturo dell’umanità, oggi a rischio di congelare nel progresso tecnologico il pensiero critico e il sentimento, finora rimasti suo esclusivo appannaggio.
*Esperto Blockchain, analista tecnico per la digitalizzazione e innovazione alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
