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Se il mondo accelera per Trump, Meloni e Merz rimodellano l’Europa per non restare indietro

 
Se il mondo accelera per Trump, Meloni e Merz rimodellano l’Europa per non restare indietro
di Walter Rodinò

La politica non può più essere lenta! È questa la verità che è arrivata da Davos, una verità tagliente come il vento che scende dalle Alpi. La storia corre, e chi resta fermo semplicemente scompare. Trump, che piaccia o no, ha avuto l’effetto di un acceleratore cosmico, ha costretto il mondo a guardare l’epoca per ciò che è davvero, un fiume in piena che travolge chi resta sulla riva a contemplarlo. Il vertice di Roma tra Giorgia Meloni e Friedrich Merz è apparso, per questo, come il naturale approdo di quello choc di consapevolezza.

Non un gesto di diplomazia ordinaria, ma una risposta alla mutabilità del tempo, un tentativo di trasformare l’Europa in un organismo capace di vivere nel ritmo veloce del nuovo mondo. Durante la lunga giornata di confronto, i due leader hanno fatto capire, ognuno con il proprio stile, che il futuro ormai non aspetta nessuno. Meloni ha spiegato che l’Europa deve decidere se vuole essere “protagonista del suo destino” o se preferisce continuare a subirlo, e ha fatto capire che la scelta non è più rimandabile. Merz ha fatto intendere che la Germania non vuole restare ancorata alla liturgia lenta dell’Europa del Novecento.

La sfida è globale, dalla difesa ai dazi, dall’energia al digitale, e richiede reazioni immediate, quasi in tempo reale. Nell’incontro romano, i discorsi si sono trasformati in una presa d’atto collettiva. La pace, quella vera, quella del XXI secolo, non sarà mai più un porto, ma una corrente. È l’idea stessa emersa a Davos, dove è diventato evidente che non si può più immaginare la fine dei conflitti come un ritorno all’ordine perduto. La pace oggi è navigazione, è amministrazione del mutamento, governo della metamorfosi continua, è capacità di trovare un equilibrio mobile in un mondo che non resta mai identico a sé stesso. Roma e Berlino, firmando i tre documenti su competitività, difesa e cooperazione strategica, hanno tradotto quella intuizione in politica concreta.

Hanno riconosciuto che l’Europa non può più permettersi la nostalgia del passato, deve snellire i processi e imparare a parlare il linguaggio della velocità. L’idea di ridurre il groviglio burocratico europeo, per esempio, non è solo una riforma amministrativa, ma una dichiarazione di sopravvivenza. Quando Meloni ha risposto alle domande su Trump, ha fatto capire che ormai la politica internazionale non può essere letta con le categorie rassicuranti del secolo scorso. Ha sostenuto che bisogna confrontarsi con i leader eletti, anche quando sono controversi, perché il mondo non aspetta le nostre esitazioni. Merz, sorridendo, ha confermato la stessa logica: non possiamo più permetterci infantilismi nella lettura geopolitica, ciò che conta è la capacità di reagire al presente, non di giudicarlo da un balcone morale. Si è trattato, in realtà, dell’emersione di un’Europa nuova, un’Europa che riconosce la forza della corrente, che capisce che il cambiamento non chiede permesso, che sa che ogni istituzione, anche la più sacra, deve essere ripensata per non diventare un fossile. È la stessa intuizione che attraversa il nostro tempo come una lama.

La vita si trasforma sempre e la stabilità è un’illusione rassicurante che non può più guidare il futuro. Il vertice Meloni-Merz è stato quindi molto più di un incontro diplomatico. È stato un atto politico in sintonia con l’epoca, un tentativo di accordare l’Europa al ritmo del mondo. Una risposta alla domanda fondamentale del nostro tempo: fuggire, resistere o cooperare? Meloni e Merz hanno scelto di cooperare. Non per conservare il passato, ma per immaginare un’Europa capace di restare in piedi nella tempesta dell’accelerazione globale. Un’Europa che non si difende dalla velocità, ma la usa e la trasforma in leva strategica. Un’Europa che torna a credere di avere un futuro, e non solo un grande passato da rimpiangere. Perché mantenendo lo sguardo sempre rivolto al passato si rischia di essere schiacciati da un bulldozer inarrestabile, il futuro.