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Guerra civile Usa: cosa rischierebbero i mercati e gli investimenti

 
Guerra civile Usa: cosa rischierebbero i mercati e gli investimenti
Luca Lippi

Negli ultimi tempi, osservando le cronache d’oltreoceano, molti analisti e investitori hanno iniziato a descrivere gli Stati Uniti come una sorta di polveriera pronta a esplodere. Anche figure di spicco nel panorama finanziario mondiale, come il celebre investitore Ray Dalio, hanno lanciato segnali d’allarme, suggerendo che le crescenti tensioni sociali e gli scontri di piazza potrebbero aumentare drasticamente le probabilità di un conflitto interno. Ma cosa succede davvero quando la stabilità di una superpotenza vacilla? E quali sono le reali conseguenze per chi ha risparmi investiti? Per rispondere a queste domande è necessario fare un passo indietro e guardare la realtà con una prospettiva più ampia, separando l’emotività dei fatti di cronaca dalla logica fredda dei mercati.

LA PACE COME ECCEZIONE STORICA
Gran parte del timore che avvertiamo oggi deriva da una sorta di abitudine al benessere. Se guardiamo alla storia degli ultimi centocinquant’anni, l’Europa è stata teatro di conflitti quasi costanti: dalle guerre napoleoniche alle due guerre mondiali, passando per le lotte d’indipendenza. Eppure, dalla fine del secondo conflitto mondiale, viviamo in una bolla di pace relativa che ci porta a percepire ogni segnale di tensione come un evento catastrofico e senza precedenti. In realtà, la storia ci insegna che il caos politico è spesso la norma, non l’eccezione. Quando non siamo abituati a un fenomeno, tendiamo a considerarlo straordinario, ma i nostri nonni probabilmente avrebbero una visione molto diversa. Comprendere questo aiuta a ridurre la carica emotiva e a valutare i rischi per quello che sono: eventi che, per quanto drammatici, la storia ha già affrontato e superato.

IL PARADOSSO DEI MERCATI IN TEMPO DI GUERRA
Una delle domande più frequenti riguarda l’impatto che una possibile guerra civile americana avrebbe sui mercati finanziari. Gli Stati Uniti rappresentano circa il sessanta per cento del valore di tutte le borse mondiali; se l’America trema, tutto il mondo sente la scossa. Tuttavia, i dati storici ci consegnano un’immagine controintuitiva: i mercati azionari tendono spesso a crescere proprio durante i periodi di conflitto. Analizzando quasi un secolo di dati, si nota che durante la Seconda Guerra Mondiale o la Guerra del Golfo, la borsa americana ha ottenuto rendimenti superiori alla sua media storica. Questo accade perché i mercati non riflettono direttamente lo stato di salute sociale di un Paese, ma piuttosto la capacità delle sue aziende di produrre utili e innovazione. Anche in tempi bui, le grandi imprese continuano a funzionare, a vendere prodotti e a generare profitti, spesso beneficiando persino delle commesse statali legate alle emergenze.

IL RISCHIO DELL’IMPREVEDIBILE E IL CONCETTO DI CODA
Esiste però una differenza fondamentale tra le guerre combattute "altrove" e un conflitto interno al territorio statunitense. Gli esperti chiamano questa incertezza estrema "rischio di coda". Si tratta di eventi molto rari, talmente lontani dalla normalità che non possono essere previsti o inseriti in un modello matematico. Poiché l’ultima guerra civile americana risale alla metà dell’Ottocento, non abbiamo dati moderni per capire cosa accadrebbe oggi. In questi casi, la teoria finanziaria lascia il posto alla navigazione a vista. Il rischio è che una situazione di caos possa paralizzare temporaneamente i consumi o le istituzioni, ma è difficile immaginare che il sistema capitalista americano, basato su università d’eccellenza, ricerca tecnologica e intelligenza artificiale, possa svanire nel nulla. Il motore dell'innovazione tende a sopravvivere anche alle crisi politiche più acute.

MISURARE L’INCERTEZZA CON IL RISCHIO POLITICO
Per capire meglio la situazione, dobbiamo introdurre il concetto di rischio politico. Si tratta della possibilità che una decisione di un governo o un’instabilità sociale causino perdite finanziarie. In Italia, abbiamo imparato a conoscerlo attraverso il termine "spread", ovvero la differenza tra quanto il nostro Stato paga di interessi rispetto alla Germania. Lo spread è il termometro della fiducia: più è alto, più gli investitori hanno paura. Anche per gli Stati Uniti esiste un rischio politico, ma è molto difficile da misurare oggettivamente. Spesso, la percezione del pericolo dipende da dove ci si trova. Un investitore italiano, filtrando le notizie attraverso i media locali, potrebbe vedere un’America sull’orlo del baratro, mentre un imprenditore che vive a New York o in California potrebbe percepire quelle stesse tensioni come problemi localizzati, senza mettere in discussione la tenuta del sistema economico nazionale.

STRATEGIE PER L’INVESTITORE CONSAPEVOLE
Cosa deve fare, dunque, chi gestisce i propri risparmi di fronte a scenari così incerti? La soluzione non è mai la fuga totale o la scelta drastica. Uscire completamente dal mercato azionario americano perché si ha paura della politica è spesso un errore costoso, poiché si rischia di perdere i momenti di ripresa che solitamente seguono le crisi. Una strategia razionale consiste nel bilanciare meglio i pesi del proprio portafoglio. Se il rischio americano appare troppo alto, si può scegliere di diversificare, aumentando la presenza di investimenti in altre regioni del mondo o in settori diversi. La diversificazione è l’unica vera difesa contro l’incertezza: non serve a prevedere il futuro, ma a fare in modo che, qualunque cosa accada, il nostro patrimonio possa sopravvivere e prosperare. In ultima analisi, il compito di chi investe non è evitare ogni rischio, ma imparare a conviverci con pianificazione e metodo, ricordando che il rendimento è il premio per chi sa gestire la propria emotività nei momenti difficili.