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Ovociti congelati come welfare? Quando la tecnica sostituisce la tutela della maternità

 
Ovociti congelati come welfare? Quando la tecnica sostituisce la tutela della maternità
di Michela Cinquilli

Una nota pubblicata sul sito della Fondazione OTB,  presieduta da Renzo Rosso e Arianna Alessi, informa l’avvio di un progetto educazione e prevenzione sui temi della fertilità rivolto ai dipendenti delle sedi italiane del gruppo moda OTB, realizzato grazie alla collaborazione tra OTB Foundation e Genera PMA, principale realtà italiana per la procreazione medicalmente assistita. L’obiettivo è promuovere una genitorialità informata e consapevole attraverso momenti di formazione e il finanziamento di percorsi di preservazione della fertilità, attraverso l’innovativo progetto dedicato al “social freezing”. Dietro al  «favorire l’uguaglianza di genere sui luoghi di lavoro e supportare le donne nei loro obiettivi personali e professionali, garantendo che le decisioni riguardanti la maternità siano libere e individuali», come afferma la vicepresidente Arianna Alessi, sono nascoste motivazioni ben più manipolatrici che vanno nel senso opposto.

La crioconservazione degli ovociti, proposta come strumento di welfare aziendale – come nel caso dello stilista Renzo Rosso – non può essere ridotta a una semplice misura organizzativa o a un benefit economico. Essa investe ambiti ben più profondi: la relazione tra tempo biologico e tempo lavorativo, la tutela della salute femminile, la dignità della persona, il significato della procreazione e il complesso equilibrio tra progresso scientifico, responsabilità etica e logiche di mercato.

Dalla crioconservazione ovocitaria al lavoro che non cambia: il paradosso di un welfare aziendale che chiede alle donne di adattarsi al sistema

Dal punto di vista medico, la crioconservazione ovocitaria è una tecnica nata con finalità terapeutiche precise, in particolare per la preservazione della fertilità in donne sottoposte a trattamenti gonadotossici (come chemioterapia o radioterapia). Il suo utilizzo in ambito non terapeutico, a fini cosiddetti “sociali”, introduce una torsione significativa: una procedura invasiva, che comporta stimolazione ormonale, prelievo ovocitario e rischi clinici non trascurabili, viene normalizzata come strumento di pianificazione esistenziale in funzione delle esigenze produttive. La medicina, in questo contesto, rischia di smarrire la propria vocazione originaria di cura per assumere un ruolo adattivo rispetto a un modello di organizzazione del lavoro strutturalmente ostile alla maternità.

Sul piano etico, l’idea di “mettere in pausa” la fertilità per riattivarla in un momento ritenuto più compatibile con la carriera professionale riflette una visione fortemente individualistica e tecnocratica dell’esistenza umana. Si alimenta l’illusione di un controllo pressoché totale sui processi biologici, come se la fertilità fosse una variabile tecnica interamente programmabile e non una dimensione costitutiva, fragile e relazionale della persona. Questa pretesa di onnipotenza – tipica della cultura della performance e dell’autodeterminazione assoluta – rischia di oscurare il limite, la vulnerabilità e la dimensione del dono che caratterizzano la vita umana.

Presentare la crioconservazione ovocitaria come strumento di emancipazione femminile appare, da questo punto di vista, profondamente paradossale. In una società in cui la maternità continua a rappresentare un fattore di penalizzazione professionale, la risposta non consiste nel rimuovere temporaneamente la capacità generativa dal corpo della donna, ma nel trasformare le strutture sociali e lavorative che rendono incompatibili lavoro e genitorialità. Invece di adattare l’organizzazione del lavoro ai tempi della vita, si chiede ancora una volta al corpo femminile di conformarsi ai ritmi della produzione. Questo meccanismo può essere letto come una forma sofisticata di violenza economica e simbolica, che sposta il problema dal piano collettivo a quello individuale.

Dal punto di vista bioetico, la vita umana non è mai pienamente riducibile a un oggetto di pianificazione tecnica. Il corpo non è separabile dalla persona, e ogni intervento su di esso possiede una dimensione morale che non può essere neutralizzata dal progresso scientifico. La procreazione, in particolare, non è un mero esito di procedure biotecnologiche, ma un evento che coinvolge relazioni, responsabilità e significati che eccedono la logica dell’efficienza. La scienza, pur offrendo strumenti potenti e preziosi, non è moralmente neutra: è l’uso che se ne fa, il contesto in cui viene inserita e le finalità che persegue a determinarne il valore etico.

In questa prospettiva, la crioconservazione ovocitaria, quando proposta come una sorta di “assicurazione biologica” funzionale alle esigenze produttive, rischia di mercificare la fertilità e di indebolire il significato antropologico del generare. Non si tratta di rifiutare la scienza in quanto tale, ma di riaffermare che essa deve rimanere al servizio della persona e non del mercato.

L’iniziativa imprenditoriale di Rosso può certamente essere interpretata come un tentativo di innovazione nel campo del welfare aziendale. Tuttavia, secondo la Dottrina Sociale della Chiesa e, più in generale, secondo una visione etica dell’economia, l’impresa autenticamente responsabile non si limita a offrire soluzioni individualizzate a problemi strutturali. Essa è chiamata a contribuire alla trasformazione del contesto lavorativo: politiche di conciliazione reale, orari flessibili, congedi parentali equi, servizi per l’infanzia, riconoscimento della genitorialità come valore sociale e non come ostacolo alla produttività.

Il vero progresso, infatti, non risiede esclusivamente nell’innovazione tecnologica, ma nella capacità di costruire un sistema in cui scienza, lavoro, etica e vita siano alleati e non antagonisti. In questo senso, il dibattito sollevato da questa proposta è prezioso: ci obbliga a interrogarci non solo su ciò che è tecnicamente possibile, ma su quale idea di umanità, di lavoro e di futuro intendiamo custodire e promuovere.