Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, l'uomo più potente del pianeta, dal suo rientro alla Casa Bianca ha portato il concetto di comunicazione oltre ogni limite che il ruolo aveva imposto ai suoi predecessori e, paradossalmente, anche a lui stesso, in occasione del primo mandato.
L'uomo ha il carattere che ha e tutti quelli che lo frequentano da ben prima della sua discesa in campo politica lo accreditano di un approccio alla comunicazione aggressivo, fatto di parole dure, secche, spesso offensive nei confronti di chi gli era o è avversario o nemico.
E questo modello lui lo ha ora estremizzato, raggiungendo, dapprima durante la campagna elettorale che lo ha riportato alla Casa Bianca e dopo l'insediamento, vette di aggressività che mai ci sono state da parte di presidente americani.
Ma aggredire a colpi di insulti non gli basta, perché ora Trump ha valicato anche l'ultimo confine che i presidenti americani si erano imposti, quello delle minacche che lui profferisce quotidianamente sia sul versante domestico, che nei confronti di altri Paesi, dimenticando alleanze vecchie di decenni e che lui sta sacrificando sull'altare del suo ego, al quale contribuisce la piaggeria di chi lo circonda e che non si permette di contraddirlo.
Minacce, insulti e propaganda muscolare: il linguaggio del potere nell’era del secondo mandato di Donald Trump
Chi lo fa, sa benissimo di rischiare il posto o, per essere meno diplomatici, la testa, come hanno imparato coloro che, dopo averne retto lo strascico, hanno assunto posizioni critiche nei suoi confronti, scatenandone l'istinto di vendetta.
In nessun Paese al mondo che si picca di essere democratico, un presidente si permetterebbe di dire che cose che, a getto continuo, Trump affida al suo social, vergando messaggi che, come fanno i bambini (non gli adolescenti, già più maturi), punteggia di frasi scritte in caratteri maiuscoli per rafforzarne i contenuti. Manco alle elementari.
Eppure è un modo di comunicare che ha una sua logica, perché ha finalità talmente chiare che necessitano di essere perseguite solo attingendo al peggio di quel carattere sempre presente nella realtà americana che apprezza il parlare chiaro, considerandolo una componente essenziale per chi fa politica e, con questo, per chi persegue il potere.
Dalla Groenlandia agli alleati storici: il linguaggio aggressivo che ridisegna la politica estera USA
Partendo solo dall'ultima crociata che Trump si è intestata, dicendo di volere annettere la Groenlandia solo per garantire la sicurezza degli Stati Uniti dall'assedio militare di Cina e Russia e tacendo sulle enormi ricchezze naturali dell'isola artica, si capisce che per lui gli altri - intendendo in questo termine il resto del mondo - devono essere funzionali ai suoi progetti e, per questo, programmi e prospettive devono essere accompagnati da una verbalità muscolare, dove ogni singola parola deve essere mirata ad una dimamica di ridimensionamento.
I groenlandesi non vogliono entrare a fare parte della galassia americana?
Sappiano che noi li difenderemo sul serio, non certo mandando una slitta con due cani, come fa la Danimarca, ha affermato Trump offendendo tutti, anche chi, di entrare a fare parte del ''pacchetto a stelle e strisce'', proprio non ha alcuna intenzione.
Il riferimento poi alla slitta - dimenticandone il valore simbolico che essa ha nei Paesi del Nord dell'Europa - è il peggio che ci si possa aspettare da qualcuno che, con quella responsabilità e quel ruolo, dovrebbe rispettare gli altri se sono alleati, come lo è la Danimarca.
Social, IA e culto della personalità: come la Casa Bianca parla al mondo nell’era Trump
Ma questo è solo un caso, perché, dall'arrivo di Trump per la seconda volta alla presidenza, la comunicazione della Casa Bianca è completamente asservita non a chi siede nello Studio Ovale, ma al suo stesso modo di parlare al mondo, anche per immagini.
Come sta facendo lo staff della comunicazione dell'Amministrazione che attinge a piene mani all'intelligenza artificiale e al suo modo di rappresentare una realtà virtuale.
Lui condottiero, lui super-eroe, lui pontefice, lui aviatotore, lui gladiatore: un modo fasullo di alterare la verità che però serve per alimentare un ego che comincia ad essere troppo grande anche per il pianeta.
Ma Donald Trump lavora anche per il futuro, a quando lui non ci sarà più, seminando strade, piazze ed istituzioni del Paese con il suo nome che ora campeggia ovunque, in modo spesso pacchiano.
A conferma che gli Stati Uniti sono pur sempre la nazione più potente della Terra, ma non ancora un grande Paese.