L’idea che la pace mondiale possa dipendere da un’isola ricoperta di ghiaccio nel mezzo dell’Atlantico potrebbe sembrare la trama di un film di fantapolitica, ma la realtà che stiamo vivendo racconta una storia molto più concreta – a tratti preoccupante, ma solo per certi media -. Quando Donald Trump afferma che il destino del pianeta è legato alla Groenlandia, non sta parlando solo di confini geografici, ma sta lanciando un segnale che tocca da vicino le tasche e la sicurezza di tutti noi, compresi i cittadini che vivono a Roma, a Napoli o in qualsiasi altra città europea.
Usa vs Ue: l'America rompe ogni regola e pretende il sacrificio della Groenlandia
Quello che sta accadendo tra Washington e Copenhagen non è solo un confronto tra governi, ma un evento potenzialmente in grado di cambiare il modo in cui funzionano i mercati, le alleanze e persino il prezzo dei beni di prima necessità.
In estrema sintesi, siamo di fronte a un atteggiamento che non si discosta troppo dalle normali dinamiche quotidiane, anche se la lettura offerta spesso è resa acerba dalle distorsioni ideologiche. Trump dopo decenni di assistenza statunitense alla passiva e superficialmente pacifica Europa, avverte che la Groenlandia è necessaria “anche” per motivi di sicurezza. Motivi che paradossalmente potrebbero interessare più l’Europa che gli USA. Poi c’è il paradosso del testa a testa tra il nano (la UE per unica voce di Macron) e il gigante (gli USA). Dal confronto se ne esce perseguendo sue sole strade: trattare o finire in infermeria per la “valanga di ceffoni”. Alla fine dei dibattiti, delle baggianate che inevitabilmente verranno dette e scritte, si tratterà perché l’unica via percorribile è una sola.
COME SQUOTERE L’EUROPA
Per capire la situazione, dobbiamo osservare la mappa di un’alleanza che potrebbe rompersi unilateralmente e senza biasimo, ma non succederà. Tutto nasce dalla richiesta degli Stati Uniti di ottenere il controllo della Groenlandia dalla Danimarca. Di fronte al netto rifiuto di Copenhagen, la risposta di Washington è stata quella di un ultimatum economico durissimo che coinvolge non solo i danesi, ma altri sette alleati strategici, tra cui Germania, Francia, Regno Unito e Paesi Bassi. Il meccanismo scelto è quello dei dazi doganali, ovvero delle tasse aggiuntive sui prodotti che questi paesi esportano in America. Il calendario è già fissato: dal primo febbraio 2026 scatterà una tassa del dieci per cento, che salirà al venticinque per cento a giugno, e rimarrà tale finché la Groenlandia non diventerà territorio americano. Questo non è un normale negoziato, ma una strategia di pressione che ricorda i metodi di un creditore, ma è un creditore che quando chiede una cosa riceve sempre la stessa risposta: “Non ti redo un centesimo”.
IL PARADOSSO MILITARE E LA PRESUNTA MINACCIA PLANETARIA
Il paradosso di questa situazione è quasi incredibile. Per mesi, l'amministrazione americana ha sostenuto che la Groenlandia fosse vulnerabile alle mire di Russia e Cina e che l'Europa dovesse fare di più per difenderla. Quando però i paesi europei hanno risposto inviando un piccolo contingente di soldati nell'ambito di un'operazione chiamata Arctic Endurance, Trump – giustamente - ha interpretato questo gesto come un atto ostile e una minaccia alla sopravvivenza del pianeta. Trentatrè soldati (obiettivo da raggiungere 100) distribuiti su un territorio immenso, grande quanto mezzo continente. Per dare un'idea della sproporzione, è come se un solo soldato dovesse sorvegliare un'area vasta quanto l'intera Svizzera. Nonostante l'evidente natura simbolica di questa presenza militare, Washington è stata quasi costretta ad alzare ulteriormente i toni e giustificare le sanzioni economiche.
LA CRISI DELLA NATO E LA FINE DELLA FIDUCIA
Le frizioni all'interno della NATO non sono una novità assoluta. In passato ci sono state dispute per i diritti di pesca o tensioni tra singoli membri, ma mai prima d'ora il paese che costituisce la colonna vertebrale dell'alleanza aveva minacciato economicamente i propri partner per ottenere un territorio sovrano. Gli Stati Uniti sono sempre stati il garante della difesa europea, fornendo non solo truppe ma anche tecnologie e supporto logistico. Se questo legame di fiducia si spezza, crolla l'intero sistema di sicurezza costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non a caso, i leader europei parlano apertamente del rischio di una rottura irreversibile, segnalando che se l'America dovesse agire con la forza contro un alleato, l'intero ordine internazionale finirebbe all'istante. Già questo motivo ne scongiura l’eventualità – non conviene a nessuno -.
COMPRAVENDITA O CONQUISTA: IL DILEMMA DIPLOMATICO
Trump continua a parlare dell'acquisto della Groenlandia, ma un territorio sovrano con cinquantaseimila abitanti che hanno diritti, votano e possiedono una propria identità non può essere semplicemente comprato come un immobile. Inoltre, non è mai stata presentata un'offerta formale. Questa mancanza di concretezza ha portato molti diplomatici a usare una parola che normalmente non appartiene al linguaggio delle conferenze stampa: conquista. In realtà, quando non c’è chiarezza è buono tutto e il suo contrario. L'idea, secondo i soliti noti, è che si stia creando una tensione artificiale per giustificare un'azione di forza. Alcuni analisti arrivano a paragonare questa strategia a manovre viste in passato in altri contesti geografici, dove un'annessione viene presentata come una necessità inevitabile.
L’IMPATTO SULLE TASCHE DEI CITTADINI E L’INFLAZIONE
Tuttavia, la realtà è che le conseguenze di tutto questo arrivano dritte al carrello della spesa anche per chi vive lontano dai ghiacci artici. I dazi americani non colpiscono solo gli esportatori, ma generano inflazione globale. E i dazi che vorrebbe contrapporre “Napoleone IV” amplificherebbero l’effetto. Quando un prodotto costa di più per essere importato, il prezzo finale aumenta per il consumatore. Negli Stati Uniti questo fenomeno ha già eroso significativamente il potere d'acquisto delle famiglie e, data l'interconnessione dei mercati, l'aumento dei prezzi si propaga rapidamente anche in Europa attraverso il valore del dollaro e i tassi di interesse. È una reazione a catena che può influenzare il costo dei mutui e dei risparmi di chiunque. Quando il commercio viene usato come un'arma, l'effetto destabilizzante non si ferma ai confini dei paesi direttamente coinvolti, ma colpisce l'intera economia mondiale.
LA RISPOSTA DI BRUXELLES E LA RICERCA DI NUOVI PARTNER
Mentre l'America alza muri con i suoi storici compagni di strada, l'Europa prova a reagire “con fermezza e unità”. La risposta di Bruxelles non si limita alle parole: sono già pronti (film già visto) contro-dazi per miliardi di dollari che entreranno in vigore automaticamente se Washington non farà marcia indietro. Parallelamente, l'Unione Europea sta accelerando la firma di nuovi patti commerciali, come quello colossale con il Mercosur in Sud America, che coinvolge centinaia di milioni di persone. Questo serve a garantirsi l'accesso a materie prime strategiche e nuovi mercati, cercando di compensare le perdite derivanti dallo scontro con gli Stati Uniti. Il messaggio è chiaro: l'Europa non si farà ricattare e inizierà a cercare la propria autonomia economica anche lontano dai partner tradizionali – salvo poi, al primo incidente, dover chiedere aiuto a testa bassa al solito “alleato storico”-.
UN LEGAME MILITARE DIFFICILE DA SPEZZARE
Il presunto distacco tra Europa e Stati Uniti è un processo estremamente complicato perché le due realtà sono legate a doppio filo da decenni. I sistemi di difesa europei più avanzati dipendono strettamente dalle comunicazioni e dalle munizioni americane. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno bisogno delle basi situate nel vecchio continente per proiettare la propria forza in Africa e in Medio Oriente. È un equilibrio basato sulla necessità reciproca che però oggi manca del suo ingrediente fondamentale: la stabilità politica. L'Europa si trova in un dilemma atroce: è furiosa per il trattamento ricevuto, ma è ancora strutturalmente dipendente dall'apparato militare americano, rendendo ogni tentativo di rottura un salto nel vuoto dai costi incalcolabili.
INCERTEZZA SUI MERCATI E IL FUTURO DELLA FEDERAL RESERVE
Per chi osserva i mercati finanziari, la situazione è altrettanto enigmatica. Nonostante il debito americano sia altissimo e le tensioni stiano aumentando, i rendimenti dei titoli di stato statunitensi rimangono insolitamente bassi, forse perché gli investitori non hanno ancora compreso appieno la portata del cambiamento in atto, o forse perché ormai anche le parole degli “analisti” sono ideologizzate – tutto ha un prezzo -. A ciò si aggiunge l'attacco frontale all'indipendenza della Federal Reserve, la banca centrale americana. Se questa istituzione dovesse perdere la sua autonomia e diventare uno strumento della politica per tagliare i tassi a piacimento, le conseguenze sarebbero disastrose, portando a un'inflazione fuori controllo e a una perdita di prestigio del dollaro come valuta rifugio, ma questo accade solo nei desiderata degli oppositori di Trum, che sarà anche impertinente ma tutt’altro che sprovveduto. Il mercato sembra calmo, ma il rischio che si stia preparando un risveglio brusco e violento da un momento all’altro procura una valanga di soldi agli speculatori.
CONCLUSIONE
La vicenda della Groenlandia è il simbolo di un mondo che sta cambiando regole. Se gli Stati Uniti iniziano a usare la minaccia della propria forza contro gli alleati per ambizioni territoriali, l'ordine internazionale che abbiamo conosciuto per ottant'anni rischia di cambiare volto. Ci troviamo di fronte a quella che molti definiscono un'alleanza zombie, ma quando ci sono interessi economici tutte le alleanze sono zombie: una struttura che esiste formalmente così come appare da ottant’anni, con riunioni e comunicati stampa, solo che è stata epurata delle “bone maniere”. Per gli europei non cambia nulla, a parte il fatto che dobbiamo smettere di dare le cose per scontate e capire definitivamente che dobbiamo continuare a vivere da sudditi almeno fino a quando non si compia una crescita tale da potere guardare negli occhi chiunque voglia fare affari. I prossimi mesi, con le scadenze dei dazi e le decisioni delle corti americane, ci diranno se siamo di fronte a una crisi passeggera o perdoneranno l’alzata di testa e continueranno a garantire la stabilità globale come hanno fatto da un secolo.