Il segnale d’allarme arriva direttamente dalla Cina, dal cuore di un’industria cresciuta a ritmi vertiginosi e alimentata da fiumi di denaro pubblico.
Quello che per anni è stato il fiore all'occhiello della manifattura cinese – il settore delle auto elettriche – mostra ora crepe profonde.
Il timore non è più un'ipotesi lontana, ma una certezza, pronunciata nientemeno che dagli stessi dirigenti: la bolla esiste già, e la sua esplosione avrebbe ripercussioni globali.
BUFFETT DOCET
Tutto è iniziato con una frase shock pronunciata dall'amministratore delegato di un colosso automobilistico cinese:
«La bolla delle macchine elettriche cinesi esiste già, solo che non è ancora esplosa».
Questa affermazione, per la sua provenienza autorevole, suona come il canto d'addio del “canarino nella miniera di carbone”, segnalando un pericolo imminente.
A confermare la gravità della situazione è il comportamento di Warren Buffett, l’oracolo di Omaha.
Dopo aver mantenuto per 15 anni nel suo portafoglio l'azione di BYD, il “gioiello della corona” cinese e leader mondiale dell’elettrico, Buffett ha liquidato completamente la sua partecipazione.
Per un investitore di lungo periodo come lui, questo significa una cosa sola: i margini di sicurezza sono spariti.
Buffett ha visto lo “scoglio” e ha deciso di abbandonare la nave.
UN CASTELLO DI CARTE
Il vero problema del settore è la sua dipendenza patologica dagli aiuti di Stato.
L'intera industria è paragonabile a un paziente in terapia intensiva, tenuto in vita da una “macchina cuore-polmone” che pompa ossigeno artificiale: sussidi, aiuti e crediti d'imposta erogati dal Partito Comunista Cinese (PCC).
Questo massiccio intervento statale nasce dal tentativo di Pechino di mantenere alti i tassi di crescita del PIL dopo il crollo controllato del settore immobiliare, creando però un “mostro industriale” con una capacità produttiva eccessiva.
Nel 2018 si contavano circa 500 produttori di veicoli elettrici in Cina, nati grazie al piano Made in China 2025.
Oggi, ci sono ancora 129 marchi diversi che si contendono il mercato, ma gli esperti prevedono che entro il 2030 ne sopravvivranno non più di 15: una vera e propria epurazione industriale.
UN BAGNO DI SANGUE
La stessa vicepresidente di BYD ha parlato apertamente di un “bagno di sangue” imminente, definendo l’elettrico un settore destinato a eliminare la maggior parte degli attori.
Per rimanere a galla, molti costruttori sono costretti a vendere in perdita, alimentando una guerra dei prezzi che sta spingendo l’economia cinese verso la deflazione.
Un'analisi più attenta dei bilanci rivela che il settore è sostenuto da manovre discutibili.
Nel bilancio di BYD, quasi un quarto dell’utile netto non deriva dalla vendita di auto, ma da una voce generica: “Altri sussidi”.
Senza l’aiuto statale, i conti sarebbero in rosso profondo.
Le case automobilistiche cinesi ritardano sistematicamente i pagamenti ai fornitori.
Mentre Toyota o Tesla pagano in media dopo 60 giorni, aziende come BYD arrivano a 130 giorni, e altre oltre 192 giorni.
Questo ritardo cronico è un modo per finanziare le proprie operazioni a spese della catena di approvvigionamento.
Se BYD pagasse come Tesla, il suo flusso di cassa positivo si trasformerebbe in un passivo di oltre 5 miliardi di dollari.
VENDITE FANTASMA
Molti concessionari, per incassare bonus e rispettare gli obiettivi imposti, ricorrono a trucchi contabili, registrando auto come “vendute” a se stessi.
Queste vetture, nuove di zecca, rimangono per mesi nei piazzali a prendere polvere, per poi essere rivendute come km 0.
Un artificio per gonfiare i numeri e mascherare la reale mancanza di domanda.
GEOPOLITICA E INVASIONE GLOBALE
L'ossessione per la produzione ha anche una motivazione strategico-militare: la sicurezza energetica.
Essendo la Cina il maggiore importatore di petrolio al mondo, le auto elettriche sono una via per ridurre la dipendenza dalle rotte marittime controllate dagli Stati Uniti.
L’enorme eccesso di capacità produttiva cinese si sta riversando come uno tsunami sui mercati globali, invadendo l’Europa e il Sudamerica con veicoli a basso costo.
In Europa, dove regna il partito dei “boccaloni”, l’inondazione di auto cinesi non si fermerà, anzi peggiorerà, poiché i produttori devono liberarsi delle scorte.
Nonostante i dazi europei fino al 35,3%, il prezzo resta altamente competitivo.
L’incognita per l’acquirente europeo è il valore di rivendita: comprare un’auto elettrica low cost da un marchio che potrebbe scomparire entro pochi anni rischia di trasformarsi in un “plasticone inutilizzabile”.
EVERGRANDE AUTOMOBILISTICO
La crisi trova conferma nelle parole del CEO di Great Wall Motors:
«La Evergrande dell'industria automobilistica esiste già, solo che non è ancora esplosa».
Proprio come il collasso di Evergrande ha simbolizzato la crisi edilizia cinese, un eventuale fallimento di un gigante automobilistico scatenerebbe una reazione a catena globale.
A differenza del mercato immobiliare, una crisi dell’auto cinese avrebbe ripercussioni internazionali, perché i veicoli cinesi sono già presenti in tutto il mondo.
È probabile che Pechino non permetta il crollo del suo settore simbolo: interverrà per salvare e consolidare i produttori, ma il processo sarà lungo e doloroso.
“È solo quando la marea si ritira che si scopre chi stava nuotando nudo”, diceva Warren Buffett.
In Cina, la marea sta iniziando a ritirarsi.