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VENEZUELA, TRUMP SFIDA LA RUSSIA SU PETROLIO E DROGA

 
VENEZUELA, TRUMP SFIDA LA RUSSIA SU PETROLIO E DROGA
di Luca Lippi

Per oltre due secoli, una regola non scritta ha dominato la politica mondiale: il continente americano era il "giardino di casa" degli Stati Uniti. Era una certezza granitica, conosciuta come Dottrina Monroe, che impediva a chiunque altro di mettere piede o mostrare i muscoli nelle acque vicine a Washington. Tuttavia, quella certezza oggi sembra appartenere a un’epoca passata. La comparsa di navi da guerra russe nei Caraibi, proprio davanti alle coste del Venezuela, non è solo un episodio isolato, ma il segnale che il vecchio equilibrio mondiale si è spezzato. Non siamo di fronte a un semplice dispetto tra rivali, ma alla fine dell’illusione che un solo Paese possa decidere le regole per tutti.

Per capire come siamo arrivati a questo punto, bisogna tornare al 1991, l’anno in cui l’Unione Sovietica è crollata. In quel momento, gli Stati Uniti si sono ritrovati soli al comando, convincendosi che il loro dominio fosse ormai una legge naturale destinata a non finire mai. Invece di costruire una pace condivisa che includesse anche la Russia e le sue storiche preoccupazioni per la sicurezza, si è scelta la strada dell’espansione. Negli ultimi trent’anni, l’alleanza militare della NATO si è spinta sempre più a est, arrivando a ridosso dei confini russi. Mentre per l’Occidente questo era un progresso della democrazia, per Mosca era una minaccia diretta, un recinto che si stringeva ogni giorno di più. Il punto di rottura finale è stato l’Ucraina, che la Russia considera una linea rossa invalicabile.

LA RISPOSTA DI MOSCA E L'ASSEDIO AL VENEZUELA

Mentre la tensione esplodeva in Europa, una dinamica simile si è accesa in America Latina. In Venezuela, gli Stati Uniti hanno tentato per anni di provocare la caduta del governo attraverso sanzioni durissime, cercando di isolare il Paese e ridurlo alla resa. Ma la politica internazionale insegna che, quando si chiudono tutte le porte a una nazione, questa cercherà una finestra altrove. Il Venezuela, soffocato dalla pressione americana, ha trovato nella Russia un alleato strategico. Mosca non è intervenuta per amicizia, ma per rispondere colpo su colpo: se la NATO si schiera vicino ai confini russi, la Russia risponde schierandosi nei Caraibi, proprio nel cuore dell’area d’influenza americana.

In questo contesto di nervi tesi si inserisce l’escalation militare iniziata nei primi giorni del 2026. L’amministrazione guidata da Donald Trump ha deciso di rompere gli indugi, passando dalle minacce ai fatti con un attacco diretto al cuore del potere venezuelano. Questa mossa drastica non è nata dal nulla, ma è il culmine di una strategia che punta a risolvere tre grandi problemi che Washington considera ormai fuori controllo.

Il primo motivo è la sicurezza interna. La Casa Bianca accusa da tempo il governo di Caracas di gestire il Paese come una centrale del narcotraffico, inondando le città americane di cocaina e sostanze letali come il fentanyl. In questa visione, abbattere il regime non è solo politica estera, ma un’operazione di polizia necessaria per fermare la criminalità che divora le strade degli Stati Uniti. A questo si aggiunge la questione caldissima dell’immigrazione: Trump ha denunciato il Venezuela di usare i flussi migratori come una vera e propria arma, svuotando carceri e istituti per spingere persone pericolose verso il confine americano. L’intervento militare viene quindi presentato come l’unico modo per sigillare le frontiere e ristabilire l’ordine.

IL RITORNO ALLA FORZA E LA FINE DI UN'ILLUSIONE

C’è poi un fattore economico che pesa come un macigno. Il Venezuela possiede le riserve di petrolio più grandi del pianeta, e Washington non intende più permettere che questa enorme ricchezza rimanga sotto il controllo di potenze rivali come Russia, Cina e Iran. Colpendo Maduro e catturando i vertici dello Stato, l’amministrazione Trump punta a recidere questi legami pericolosi, riportando le risorse energetiche sotto l’orbita statunitense e cacciando definitivamente le influenze straniere dal continente.

L’operazione fulminea di questo inizio anno segna dunque il tentativo disperato e potente di Washington di riprendersi il controllo totale di quella che un tempo chiamava la sua "sfera di influenza". Per Trump, l’obiettivo è installare un governo alleato che garantisca stabilità e profitti economici, chiudendo per sempre la porta in faccia ai rivali russi e cinesi. Eppure, le navi russe che ancora solcano quelle acque ci ricordano che il mondo è cambiato. Ciò che stiamo vedendo non è solo una cronaca di guerra, ma la fine di un'era: il tempo in cui un solo Paese poteva governare il mondo senza conseguenze sta lasciando il posto a una realtà nuova, molto più incerta, dove la forza militare cerca di recuperare un’autorità che la diplomazia non riesce più a garantire.