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Piede di Charcot, quando il diabete mette a rischio la deambulazione: al Gemelli cure avanzate per evitare l’amputazione

 
Piede di Charcot, quando il diabete mette a rischio la deambulazione: al Gemelli cure avanzate per evitare l’amputazione
Redazione

Una patologia rara, spesso sottovalutata, ma potenzialmente devastante. Il piede di Charcot, tecnicamente definito neuro-osteoartropatia di Charcot, rappresenta una delle complicanze più gravi del diabete e una delle principali cause di disabilità e amputazione se non diagnosticata in tempo. Colpisce prevalentemente persone di mezza età, compromettendo progressivamente la struttura del piede fino a renderne difficile, se non impossibile, la deambulazione.

A Roma, il Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS è tra i pochissimi centri italiani in grado di affrontare anche i casi più complessi, grazie a un approccio integrato che unisce competenze diabetologiche, internistiche e ortopediche ad alta specializzazione.

Una malattia rara ma altamente invalidante

Il piede di Charcot rientra nel più ampio capitolo del piede diabetico ed è legato principalmente alla neuropatia diabetica, una condizione che colpisce tra il 30 e il 40% delle persone con diabete. Nonostante ciò, la neuro-osteoartropatia di Charcot resta una patologia rara, con una prevalenza stimata intorno allo 0,05% dei pazienti diabetici. La sua pericolosità non sta tanto nella frequenza, quanto nella rapidità con cui può evolvere verso deformazioni irreversibili.

“Condizione predisponente del piede di Charcot è la neuropatia diabetica, che comporta un grave quadro di disregolazione infiammatoria, concentrato a livello del piede. Ma questa è solo una parte della storia”, spiega Dario Pitocco, Associato di Endocrinologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore della UOSA di Diabetologia del Gemelli.
“Le vere cause del piede di Charcot non sono ancora del tutto note. Potrebbe giocare un ruolo anche una predisposizione genetica legata al metabolismo osseo”.

I segnali iniziali e il rischio di una diagnosi tardiva

Nelle fasi iniziali, definite acute, il piede appare rosso, gonfio e caldo, ma sorprendentemente non doloroso. È proprio l’assenza di dolore, dovuta alla neuropatia, a rendere la diagnosi difficile e spesso tardiva. Un quadro che può essere facilmente confuso con una vasculite, una gotta o un semplice trauma.

“Il fatto che la neuropatia attenui il dolore, che normalmente rappresenta un campanello d’allarme, fa sì che la diagnosi venga spesso ritardata”, sottolinea ancora Pitocco, co-autore di una Consensus dell’American Diabetes Association.
“Nella fase acuta, oltre alla visita diabetologica specialistica, l’esame più utile è la risonanza magnetica, che evidenzia l’edema della spongiosa ossea. La radiografia, invece, inizialmente può risultare normale”.

Se intercettata precocemente, la malattia può essere arrestata con misure apparentemente semplici ma fondamentali: riposo assoluto e scarico del peso, spesso mediante tutori dedicati. Se questa finestra viene persa, il piede di Charcot può evolvere in pochi mesi verso la fase cronica.

Dalla deformità al rischio amputazione

Nella fase avanzata, le ossa del piede vanno incontro a microfratture, riassorbimento osseo e instabilità articolare, fino alla tipica deformazione “a sedia a dondolo” (rocker bottom foot). A questo punto, camminare diventa estremamente difficile e l’alterazione dell’appoggio favorisce la comparsa di ulcere profonde, spesso infette.

“Assistiamo a una progressiva alterazione dei tessuti molli, delle articolazioni e delle ossa del piede”, spiega Carlo Perisano, ricercatore in Ortopedia e Traumatologia.
“Queste deformità concentrano il carico su zone non deputate a sostenerlo, aumentando il rischio di ulcerazioni e infezioni gravi, che nei pazienti diabetici possono rapidamente condurre all’amputazione”.

Chirurgia di salvataggio e approccio multidisciplinare

Nei casi più complessi, l’unica alternativa all’amputazione è rappresentata da una chirurgia di salvataggio dell’arto, altamente specialistica. Gli interventi prevedono osteotomie correttive, stabilizzazioni e ricostruzioni dell’asse del piede e della caviglia, consentendo in molti casi il ritorno alla deambulazione nel giro di alcuni mesi.

“Il piede di Charcot è una condizione estremamente invalidante”, conclude Giulio Maccauro, Direttore della UOC di Ortopedia e Traumatologia del Gemelli.
“All’interno della nostra Istituzione siamo in grado di offrire un percorso multidisciplinare completo, che va dai trattamenti ortesici fino alle soluzioni chirurgiche più avanzate”.

L’importanza della diagnosi precoce

Il messaggio chiave resta uno: riconoscere precocemente il piede di Charcot può fare la differenza tra il mantenimento della mobilità e una disabilità permanente. In un’epoca in cui il diabete è in costante crescita, la presenza di centri di eccellenza capaci di affrontare anche queste complicanze rare rappresenta un presidio fondamentale per la tutela della qualità di vita dei pazienti.